mercoledì 10 agosto 2011

LA STORIA DI UN VILLAGGIO DI PESCATORI - SAN GIORGIO MAGARO - UOMINI & MESTIERI - MUSEO DELLA TONNARA

SITI & BLOG - - www.il-golfo-di-sangiorgio-poesie-e-racconti.it - www.accordinoa48.it -

La storia di un villaggio di pescatori: LA POLITICA AMORALE CONDUCE ALLA ILLEGALITA'- NUOCE ALLA LIBERTA'- ALLA DEMOCRAZIA - FRANTUMA IL TESSUTO SOCIALE E RENDE L'UOMO UNA MERCE DI SCAMBIO

La storia di un villaggio di pescatrori 25-09-011.pdf (application/pdf) 7.534K


LA STORIA DI UNVILLAGGIO DI PESCATORI
(SANGIORGIO MAGARO )
(UOMINI & MESTIERI - MUSEO DELLA TONNARA)
di
AccordinoAntonio
Il villaggio di San Giorgio, s’allunga sulla lineacostiera Messina Palermo e cioè dalla valle del Saleck a pietralunga e dunqueal traforo di Capo Calavà.
La rocca che scende a strapiombo sul mare, mantieneterritorialmente, la frazione di San Giorgio, estranea al Comune di GioiosaMarea, tanto che ha indotto Lanaggioto a credere che la tutelaamministrativa fosse stata una designazione imposta con la forza.
La barriera naturale, infatti avrebbe indottoqualsiasi Ente Pubblico che opera nell’interesse generale dei cittadini, ad unaccorpamento più ideoneo.
Questa dipendenza, dunque non è altro cheun’annessione che rientra nei dettami dei Signori della guerra e la provaconcreta è il conseguente abbandono. Una punizione che l’amministrazione diGioiosa Marea ha praticato disinteressandosi perfino dei bisogni più elementaridella frazione.
I Rappresentanti locali, a loro volta, hanno brigatoper il tornaconto personale eludendo il loro dovere, il rispetto delproprio territorio che è un principio inderogabile.
Lanaggioto, studente, ragazzo di belle speranze, siribellò a questo comportamento indegno e lanciò l’idea che San Giorgio dovessedistaccarsi dal comune di Gioiosa Marea e gestirsi in autonomia. Le testegloriose del borgo, ne risero con sarcasmo, soggiocati dalle promesse, scartarono la richiesta.
La guerra aveva condotto il soldato Carmelo Accordino,nella Sicilia governata dal Capo Boero. L’incontro con una ragazza del luogo dinome Francesca detta Gina, ammaliò il giovane Carmelo da convincerlo aprenderla con sé. La magia dell’amore l’aveva tanto colpito che sentiva ilvuoto intorno farsi sempre più profondo ed allora decise di fuggire con laragazza e condurla a San Giorgio.
I genitori Santa Canfora e Francesco, non avevanoprocreato femmine, dunque Gina fu considerata una figlia inaspettata.
Lanaggioto risultò il secondo della futura nidiata ela casa di Santa Canfora e Francesco Accordino che ospitava i genitori, fu lasua residenza.
La vico Brindisi, odierna via Roma, forse via Trieste,spalle alla montagna, sottostà alla stazione ferroviaria con il blocco manovrae l’abitazione della Famiglia del Capo Napoli.
Le abitazioni schierate sulla sinistra della vicoBrindisi, sono separate dal muro sul quale è collocata la ferrovia, dallastrada che si distacca dalla viabilità che sottopassa il ponte e sale verso lastatale ed iniziano con la Famiglia di Cola Lo Presti. Il pescatore vi abitava con lamoglie Giorgina, i figli Franco e Lucia ed in seguito Maria e Sarino.
I fabbricati sono attaccati l’uno all’altro senzaspazio e proseguivano con la Famiglia di Pietro Salmeri, la moglie Marianna e le figlieFrancesca e Tindara. Francesca, amoreggiava a segni, dal davanzale dellafinestra e dalla soglia della porta, con il figlio del Capo Napoli che lerispondeva dalla finestra dell’abitazione del piano sopra l’ufficio ed ilblocco della stazione ferroviaria. Lanaggioto, incuriosito, soggiogato da quelparlare senza parole, chiese che gli fosse svelato il mistero e con gioiosafemminilità, fu introdotto nel giuoco. La distanza d’età fra Francesca, la piùgrande e Tindara, la più piccola, le faceva sembrare l’una la madre dell’altra.
Pietro Salmeri, svolgeva l’attività di autista diCamion. Ogni mattina con il buio che andava diradandosi, accompagnava la mogliein campagna e poi si recava in ditta. Il suo lavoro consisteva nel trasporto.La raccolta di ghiaia era effettuata nel territorio di San Giorgio e contribuìnon poco all’erosione della spiaggia nei pressi della foce del torrente delponte di ferro.
Marianna, la moglie, accudiva gli animali domestici,liberava gli altri dalla notte e lavorava la terra, ritornando a sera con ilmarito.
L’abitazione successiva era quella della Framiglia diFrancesco Accordino che precedeva quella della sorella Peppina, dunque la vicoBrindisi era interrotta ed attraversata dalla via Zara che proviene daltorrente del ponte di ferro e sfocia in piazza Ravel.
La vico Brindisi, proseguiva oltre la via Zara, con ilpanificio, la civile abitazione e la bottega di generi alimentari conterrazzino di Ciccino Natoli, oggi Bar al Muretto.
L’ala destra di Vico Brindisi, a fronte dellasinistra, comincia con il fabbricato di don Mico con la nomèa di ospitare glispiriti e che fu sede del partito di Ennio salvo D’Andria. Il piano fuoriterra, sulla strada che costeggia il muro è diviso da un viottolo per confine eda un terreno arido, polveroso, sul quale lanaggioto, il califfo, Buzzo edaltri eletti, eseguirono riti e malefici, con rane e lucertole, in nome deimorti che avevano dimora in fondo, indicata da una porta dai contorni rosicati,di un deposito, una vecchia e buia abitazione. La scarpata della ferroviasegnata da un viottolo scosceso che accoglie pericolosamente, i passeggeriritardatari ai binari ed alla stazione, chiude ad angolo la strada. Oltre lascarpata, il giardino di agrumi con deposito di pertinenzadell’abitazione in locazione di Salvatore Pittari deto Balici.
Il fabbricato di don Mico, è seguito da un terrenoincolto, occupato da un albero di fico della specie catalogna ed un altro conpiccoli frutti bianchi, dunque l’ala destra della vico Brindisi prosegue conuna costruzione semidiroccata, senza tetto, con porta e finestra a tutt’oggiincompiute, quasi in faccia all’abitazione di Francesco Accordino.
Gli Squamani l’hanno usata a fienile e stalla per ilcavallo che faceva da motore al loro calesse per correre ai Palazzi deireferenti che al rumore degli zoccoli, s’avvicinavano alle finestre protettecon grate di ferro panciute, per ascoltare quanto spiato, dei comportamenti,dei movimenti dei pescatori, prendere ordini ed organizzare, provocazioni esabotaggi.
La casa semidiroccata, ha accettato e preso adimora, un albero di fico dai grossi frutti bianchi che occupa lo spazio conpetulante padronanza. I rami che si alzano verso l’interno, accarezzano lefinestre della casa oltre il confine, con il vento scorticano la muratura e gliinfissi, quelli affacciati sulla strada, mostrano con allegra esuberanza leloro leccornie.
Il muro che la separa dall’orto con l’arancio ed ilnespolo, ospita amorevolmente gli alberelli di San Giuseppe in un tentativo dirassicurare la strada, e lancia con ammiccante allegria un affettuoso saluto,oltre la via Zara, nell’orto con un albero di fico, in esso graziosamenteallocato.
I passanti, attratti dai suoi piccoli e succosi fruttibianchi, con cupidigia s’alzano sulle punte dei piedi e provocatoriamentebuttano il seno oltre il recinto, stuzzicando ed incitando l’invidia delfabbricato di un piano fuori terra che con afflato, rovescia sul terreno disotto, l’odierno Rivendita di Tabacchi con Enalotto di Giuseppe Cicirello,caldarelle di bile perché lo tiene abusivamente, fuori dalla strada maestra.
Lanaggioto, per oltre vent’anni, ha percorso la vicoBrindisi, diretto al mare azzurro e sul quale, affascinato vi si affacciavaa rincorrere le onde ed i gabbiani nel cielo, ad ascoltare le litanie deitonnaroti all’acqua in attesa del passaggio dei tonni, a cercare un contattocon le isole eolie, a scrutare la penisola di Milazzo con la candela in mano edosservare la rocca sulla quale sorge il santuario della Madonna nera delTindari.
Lanaggioto, dunque ha la residenza anagrafica nelborgo marinaro di San Giorgio.
Il villaggio di pescatori, è il suo approdonaturale, il porto sicuro e non esiste compromesso che possa minare la suaappartenenza.

Lanaggioto, ha un legame indissolubile col suo borgoed è l’unico che resiste ad ogni tempesta, ad ogni male che la società gli hariservato.
Lanaggioto, costretto a lasciare il suo borgo perlavoro è comunque presente sul territorio.
Lanaggioto, ha negli occhi ogni strada, orto,fabbricato, dunque ogni volta che vi ritorna e vede il suo territorio soffocaresotto la speculazione, l’incuria degli Amministratori e l’acquiescenza degliabitanti, l’anima gli si scora, ne è sconvolto e ne soffre in modo indicibile.La sofferenza gli fa scoppiare le carotidi, la giuculare ed un grido di bestiaferita gli prorompe dal petto e fra i denti bofonchia della necessitàd’imbracciare un lanciafiamme e mettere a fuoco i responsabili.
Lanaggioto, in fondo non è un violento e reclinaammonendoli che un giorno dovranno risponderne ai loro figli e che non abbianoa vergognarsene.
IL CORVO
Lanaggioto, ogni mattina con l’infanzia per mano,armato di mezzo filone di pane di grano duro imbottito d’acciughe salate,usciva di casa, oltrepassava la via Pola e si dirigeva verso la spiaggia a salutareil mare. Un rito propedeutico, propiziatorio, che ha mantenuto fin quando èrimasto al villaggio e l’ha trascinato ogni qualvolta vi faceva ritorno.
Lanaggioto, dunque avanza con la sabbia che gli tieneindietro il passo ed ad un tratto s’accorge che un corvo vola nell’arialeggera, tiepida che il sole concede in prestito al giorno che esce dalla notteirrequieta, insonne, mareggiata e lo segue a tentoni con lo sguardo.
I corvi non erano frequentatori abituali dellaspiaggia, s’avvicinavano alla barche occasionalmente. Il villaggio coltivavavigneti, uliveti, agrumeti e manteneva nella valle del Saleck, Cicero, Marotta,querce e varietà diverse di alberi. La campagna era coltivata ed ivolatili, non avevano la necessità di cercare il cibo oltre la loro areaperimetrale. I familiari dei pescatori, mogli, sorelle, figlie, a piediraggiungevano le case coloniche della valle, barattavano il pesce e ritornavanoa casa, cantando, con la faddetta, il quadrato di stoffa che tenevano davantilegata ai fianchi, gonfia dei prodotti della terra.
La distanza della valle con la spiaggia, dunque erairrisoria ed i corvi con un volo a planare, conquistavano il cielo di SanGiorgio. I corvi scendevano a valle ed a mano che giungevano sulla spiaggia,con cerchi meno ampi, sorvolavano le barche a cercare la più stanca. La barcabagnata, aveva lavorato la notte, dunque aveva un’alta probabilità che fossefornita della preda che cercava. Il corvo nero, andava in cerca di siu, ilpanetto di grasso animale, bianco che i pescatori usano spalmare negli strozzidei remi, e sulle falanghe, i legni sui quali tiravano le barche, perlubrificarli e farli scivolare meglio. Il panetto di grasso, faceva gola alcorvo, è una prelibatezza, uno sfizio del quale il pennuto non sa farne a meno.
I pescatori erano a conoscenza di questo vizio delcorvo ed allora tentavano di sottrarlo alla sua voracità. I pescatori,credevano che l’angolo del triangolo sotto la poppa fosse il punto più sicuroove il corvo non avrebbe potuto mettere il becco o gli artigli. I corvi,amavano il panetto di grasso bianco ed intendevano consumare quel pasto cosìsaporito che non si fermavano di fronte agli ostacoli che i pescatori glifrapponevano.
La spiaggia e le barche, immobili sotto il sole delmattino, sonnecchiavano in un tentativo di recuperare la fatica notturna.
Il mare, lentamente, con dolcezza si cullava nel suomoto, conversava con tono quasi fraterno con la battigia, con chiare frasi dipacificazione con i mestieri ammassati sulla sabbia,. La nottata era stata duraed il pescato fruttato non era stato gratificante.
Lanaggioto, camminava senza fretta e con i passiaccompagnava alla bocca ed addentava con morsi voraci, il pane di frumentoimbottito d’acciughe salate condite con olio delle olive di Marotta ed origanodi Fetente. Il pane ben stretto in mano, raccoglieva Lanaggioto in unatteggiamento quasi sacerdotale. I movimenti delle mani verso la bocca eranolenti e misurati quali i morsi e la masticazione esercitata per provare ilmassimo del gusto.
Il verso del corvo, il suo cracchiare ad un tratto lodistrasse inducendolo a fermare la masticazione, il passo ed obliquando ilcollo, volse lo sguardo verso l’alto a scrutare lo spazio azzurro attraversatoda qualche nuvolaglia insignificante per individuarlo, seguirlo e tenerlo sottocontrollo. Il sole che sbiadiva l’azzurro e la miopia che l’affliggeva, gliconfusero la vista impedendogli di scorgere l’uccello. L’impegnonell’individuare il volatile gli toglieva il piacere del pane con le acciughe,la lingua con le sue papille irrequiete, reclamava la specialità. Lanaggiotodunque riprese l’operazione, ritornando a mordere il pane imbottito, ritrovandonella bocca, un gusto ancora più pieno. La dolcezza che ne ricavava, invero gliaveva fatto dimenticare che il pane ed acciughe, gradualmente si era ridottonelle mani e dunque fu costretto a dedicarvi più attenzione. Le dita chechiudevano il resto del pane si erano avvicinate così tanto che nell’attacco estrappo, rischiavano di cadere vittime dei denti. La mozzatura delle ditanon rientrava nel suo dialogo quotidiano, il suo programma era diverso e certoil trauma, non rientrava nel piano.
Un altro cracchiare, più vicino e più delicato, locostrinse ad un morso incontrollato, dunque a strappare un grosso boccone e conla bocca pericolosamente gonfia, con il mento sollevato e l’arcata dentariaimpegnata in movimenti impari, indagò i fili dell’aria sopra, di lato in avantie non senza affanno, mise a fuoco l’intruso.
Lanaggioto, vide il corvo scendere di quota edirigersi verso la poppa della barca in secca., cercò un contatto con l’uccelloma l’occhio sfuggente lo tenne in disparte. Un barriera di linguaggio e costumeli divideva e rimasero estranei.
Lanaggioto, con il resto del pane che teneva con le puntadelle dita della mano destra, si sentì a disagio, dunque scese ad uncompromesso, si distaccò dall’uccello e lo addentò fino a confonderlo nellabocca col palatino, le guance, la lingua, gratificando le papille, evitando unainutile sofferenza, quindi pulendosi le labbra con il dorso della stessa mano,ritornò a guardare verso l’alto a cercare la presenza dell’uccello. Il corvo,resosi conto di non essere osservato, colse l’occasione della distrazione e conun colpo d’ali misurato, scese sul tavolato che fa da pavimento alla barcaoccultandosi alla sua vista.
Il profumo che emanava il panetto di grasso nascostonella barca, era travolgente. Il corvo, ammaliato, con l’olfattoposseduto, oserei dire in modo vergognoso, con grande sprezzo del pericolo, s’infilòsotto la prua.
Lanaggioto, distrattosi per eseguire l’operazionedell’ultimo boccone, ritornato a cercarlo, non lo trovò a solcare lo spazio nelquale navigava baldanzoso. L’impresa, insomma gli risultò dannatamentefuorviante. La lingua a leccarsi le labbra, rivolse gli occhi al cielo,raccolse la luce del sole e ritornò a terra con la visione confusa, pensandod’averlo perduto, dunque ritornò con lo sguardo alla barca, s’incuneò neglispazi non occupati, circuendo i mestieri, sbirciando a destra ed a sinistra enon scorgendo neanche il pur minimo battito d’ala, pensò che l’uccello si fosseallontanato.
La spiaggia, le lampare, le barche schierate a brevedistanza l’una dall’altra, non mostravano tracce della presenza del corvo. Leonde che giuocavano con la battigia, nel chiacchiericcio, offrironoal’lanaggioto, uno spunto, di raccattare qualcosa ed anche se confusa,indicativa che piegò al suo scopo, corruppe l’istinto ad assecondarloobbligandolo a dirgli che il corvo stava operando sul luogo, si affannava araggiungere quanto prefissatosi e cioè la conquista del panetto di grassoanimale dei pescatori. Lanaggioto, dunque si convinse che l’uccello era sullabarca della sciabica che accarezzata dai raggi del sole, cullata dal mormoriodella risacca, china su se stessa riposava. La barca della sciabica inverosopportava nelle sue viscere, l’accanimento del corvo nero. Lanaggioto, dunquesi ordinò di sabotare qualsiasi disegno dello’ospite indegno. Il corvo infatti,s’accaniva sulle tavole, le alzava dal loro alloggio e lascinadole fuori posto,con irruenza e pedanteria andava oltre ed introduceva il becco in ogni spazio,capovolgeva, beccava le murate, incurante dell’intimità della barca di legno.Il corvo, con l’olfatto saturo del profumo del panetto di grasso, nella foga distanarlo, perse l’orientamento. Il panetto, avvolto nello straccio di juta,riposto nella sassola, nel cucchiaio di legno che serve a togliere l’acquadella lavatura delle opere morte, evaporò la miscellanea di odori dei quali eraimpregnata, destabilizzando l’olfatto del corvo. L’uccello, dunque cercòdi ritrovare il profumo del panetto. Il profumo lo accarezzava e glisfuggiva, non riusciva ad individuare l’angolo nel quale si nascondeva.Il panetto, avvolto nella juta, cullato dalla sassola, gli restava occulto,dunque s’accaniva a trovarlo e più cercava, più andava fuori dalle penne delcollo e della coda. La ricerca si faceva sempre più spasmodica ed affondava ilbecco, gli artigli nei compartimenti che sottostanno al tavolato, neglielementi longitudinali, verticali, nelle lineee portanti che strutturano labarca, nei fori che da prua a poppa conducono al leggio, al buco di scarico. Ilprofumo gli volava intorno, si faceva sempre più struggente, il panetto,comunque gli restava lontano. La sua fragranza, la dolcezza lo stressava ed acausa dell’impotenza ad averlo, sbavava dalle graticole del naso. L’ossessionefamelica gli faceva tremare il becco in un modo incontrollabile, la rabbia losoverchiava e l’olfatto era talmente arrossato che pareva ferito, quasisanguinante ed ecco che ad un tratto, stremato, con il nero delle pennedeturpato da macchioline bianche , specie in prossimità delle estremità, rimaseintrappolato negli attrezzi della barca. Il coppo, il cerchio con la rete acono, nel tentativo di fermare la sua furia, gli catturò la zampa destra cheimpigliatasi nella rete, fermò la sua ricerca. Un’imboscata che imbestialì ilcorvo e ingiuriando di mille malefatte, i pescatori, con la pazienzaboccheggiante, quasi rasentando la pazzia, nella presunzione che bastava unultimo sforzo per impossessarsi del panetto di grasso animale, con la forzadella disperazione, con un furioso strattone della zampa sinistra,, scanzò ilcoppo e senza crederci liberò la destra dalla trappola. Gli attrezzi dellabarca, ammucchiati sull’ancora ed alle corde di canapa, posti a protezionedell’ingresso del sottoprua ove era nascosto il panetto di grasso animale,facevano buona guardia. L’arredo della barca è un ausilio indispensabile per lapesca. Il pescatore aggancia ed issa, cura e dispone il pesce per evitare chesi deteriori, dunque puliti vengono sistemati nella barca in secca. Il catu, ilsecchio di zinco, bbuccatu, coricato sul fianco, stava agganciato al croccu, ilgancio di ferro per issare i pesci in barca. Il croccu, ha il manico di legno,e per evitare che si sfili è stretto con molte giravolte nella caloma. La cimadella corda tenera, malleabile, colorata di rosso, è legata alla murata. Ilsecchio di zinco, di media grandezza, si era appena appisolato, disurbato nelleggero sonnecchiare, balzò a sedere e capovolgendosi con la bocca inalto, insomma ritornando allo stato normale, involontariamente gli sferrò uncolpo. Il corvo restò senza fiato ed a becco aperto, rantolando, intravedendoil proprio bottino, non esitò un momento e si buttò a capofitto nell’oscuritàdel triangolo della prua. Il corvo, scansò il dolore che gli causava l’unghiarotta del primo dito della zampa destra, la forte contusione al sottocollo el’infrazione alla punta del becco inferiore e s’avventò sul panetto di grassoavvolto nella juta con la sassola a cullarlo. Il corvo, dunque sollevò con gliartigli, il succulento panetto di grasso animale avvolto nella juta e volòsulla palla della barca. Lo liberò dall’involurco e con il becco, sollevatoloin alto, lo elesse a simbolo del piacere.
Lanaggioto, lo vedeva gongolare e soffiare dalle naricon un’arroganza spaventosa, sangue nero nell’acqua del mare, creando chiazzebituminose, inquinando la riva. Il pano di grano con acciughe, ad un tratto glis’affacciò in gola con un conato di rigetto. Lanaggioto, indispettito,corrucciato, indignato raccolse lo stato dell’uccello in un’offesa personale,dunque chiamò in armi il guerriero che teneva in sonno e lancia in resta, partìad affrontare la bestia nera.
Lanaggioto, giurò che il corvo avrebbe pagato perl’infamità commessa sotto i suoi occhi e per quelle commesse nella trurpitudinedel silenzio. Il suo sacrificio sarebbe stato un omaggio alla festa del Santo.Il guerriero, dunque armato di tutto punto, perfino calzando l’elemetto, conaccorti movimenti, saltò sulla poppa della barca, sulla sciabica ammassata escivolando sul cordolo di sinistra, usò a trampolino di lancio i banchi chesostengono le murate ed avvolto in una luce bianca e gialla raggiunse allespalle la bestia.
Il corvo, ignaro di quanto stava avvenendo alle suespalle, con gli artigli avvinghiati alla palla incastonata nella pala chesovrasta la prua della barca, si deliziava nella libidine bestiale e nonpercepì l’arrivo del guerriero che con un colpo di scimitarra bene assestato,dal basso verso l’alto, con metà collo, gli staccò la testa. Il guerriero, conun altro fendente, gli recise le zampe avvinghiate alla palla scagliando ilcorpo accanto alla testa che con il becco aperto e gli occhi stralunati,s’affannava sulla battigia alla ricerca del panetto che gli era caduto suigranellini della spiaggia, dunque saltò dalla barca. Un attimo e lo afferò colbecco, gli smise la livrea e lo adagiò vicino al panetto che pareva fosseentrato in un processo di fermentazione, di divisione e ricomposizione,avviandosi ad assumere una non chiara formazione fisica. Lanaggioto, attrattodal travaglio del panetto animale, aveva quasi dimenticato il corpo che alla ciecae sui monconi, allungava il resto del collo alla ricerca della metà attaccataalla testa, emettendo lievi richiami. Lanaggioto, dunque si distrasse dalpanetto, si girò verso la testa glaba del corvo e gli recise il becco compresoil naso, dunque abbattè il movimento claudicante e dissennato del corpo, lospogliò delle penne e con estrema lentezza, oserei dire con grazia, lispezzettò, lo raccolse nella lama e lo scagliò nelle acque azzurre, ai pesciche passavano, sperando addirittura che ritornasse il piscisceccu che qualchesettimana prima aveva fatto una capatina in spiaggia. Una barca conzalora,appena tornata dalla pesca e tirata in secca, stava scaricando l’acqua dellapulitura e Giurgittu stava scurcianno, privando della pelle rugosa, un pardu, unpiccolo squalo che Pietro Russo gli aveva regalato a ringraziamento deimolteplici lavoretti di cucitura nei mestieri. Giorgio, dunque eseguendol’operazione piegato su se stesso per la cifosi patologica della colonnadorsale della quale era affatto dalla nascita, allungando leggermente losguardo sul mare nel pulirsi il naso con il polso della mano destra, s’accorseche una capra che casualmente pascolava sulla battigia, si dibatteva sbattendozoccoli e coda nell’acqua, preda dello squalo definito dai pescatorilocali, babbu, cioè innocuo. Lanaggioto, dunque restò per alcuni minuti adosservare l’acqua azzurra, ove aveva lanciato il corvo con la macchia scura chesi allargava sotto l’impeto di una caterva di bollicine e ritornò verso ilpanetto. La sofferenza della beccata del corvo, anche se smorzata, affaticata,si era rimarginata, addirittura scomparsa senza lasciare segno anche perché ilsiu, il panetto di grasso animale, era preparato all’attacco e dunque si eradisposto ad affrontare il pennuto. Il panetto di grasso, insomma si mostravaal’lanaggioto, trasformato, raggomitolato, intrecciato a nerbo, aveva ricreatro l’anima animale che albergava in lui, preservandodall’aggressione, la sua integrità e ridonarla ai pescatori. Gli uomini, inveroesaminando quanto hanno inscenato, non meritano questo rispetto. Hannostabilito che le specie non a loro simili, sono un elemento da sfruttare,ingrassare e consumare, a volte senza ritegno, in modo disordinato econtroproducente alla propria salute. Il panetto di grasso animale, accarezzòla mano sinistra del guerriero e con la coda innalzata nel rito della specie,ritornò a farsi cullare dalla sassola, tenedosi pronto ad alleviare la faticadei pescatori. Il guerriero, commosso s’inchinò a lui che si ritirava sotto lapoppa, smise l’armatura e lentamente rientrò nella società civile.

MAESTRA D’ARTE
La sorella di Francesco Accordino non si era sposata efino a qualche tempo addietro, aveva avuto ospite in casa Rosa, la figlia dellasorella Caterina, morta prematuramente. Le donne di casa Accordino, eranomaestre nell’arte di filare la canapa e cucire reti da pesca. La luna, nelleserate calde, le accompagnava con il suo chiarore osservandole lavorare fino anotte fonda. Peppina Accordino, con i piedi appoggiati sullo scalino intermediodella sedia che ne constava di tre, costruiva le reti da pesca. Lanaggioto laosservava lavorare e si sentiva attratto da quel giuoco di mani e maglie checircondavano le canne. Le maglie uscite dalle canne s’allungavano nella reteche legata con giravolte alla spalliera della sedia ne misurava la lunghezza.Le maglie si susseguivano per grandezza secondo la posizione che assumevano nelmestiere. Lanaggioto, seduto al fianco seguiva il lavoro della zia cercandod’imparare il gergo di quell’arte, La zia Peppina con esperienza e maestrìacuciva le reti, maglie e maglie e lanaggioto incantato si perdeva nelle suemani con le dita che con sapienza giravano il filo intorno alle cannechiudendole con un nodo ben stretto. La zia Peppina, insomma con quelprestigiare di dita, lo spingeva nella passione e Lanaggioto la inseguivaincantato. Il genio di famiglia, lo chiamava e probabilmente sarebbe riuscitoad acchiapparlo se non fosse stato distratto da un evento, possiamo dire,miracoloso che un giorno di tramontana, lo prelevò sulla strada e lo condussenella cattolica.
Lanaggioto era così tanto legato alla zia chel’accompagnava perfino nei borghi marinari di Gliaca, Brolo e Capudiranni, cioèCapodorlando per la consegna dell’opera ultimata, al padrone di barca chegliel’aveva ordinata.
Il mezzo di trasporto per raggiungere i borghi era iltreno, però la scelta praticabile era di andare a piedi.
Le scarpe, erano un privilegio e non molti lepossedevano e chi ne aveva un paio, cercava di risparmiarle, di usarle il menopossibile, nelle occasioni indispensabili che comprendevano matrimoni e morte.Il viaggio d’andata per lanaggioto, era quasi un giuoco. La famiglia delpadrone di barca, li aspettava ed aveva in serbo una sorpresa, un dolce preparatoin casa ed il giuoco con le figlie, lo entusiasmava. La loro semplicità,l’accoglienza affetuosa, gli ricompensavano il viaggio a piedi. Lanaggioto, inquella comunità di pescatori, si sentiva gratificato e se non avesse seguito lazia, non avrebbe avuto l’opportimnotà di fare la loro conoscenza e ne avrebbesentito la mancaza
La fatica si svegliava e diventava pesante, nelritorno. Lanaggioto, comunque seppure soverchiato dalla stanchezza, proseguivasuperando il bisogno di sedersi, a prendere fiato, sul muretto che costeggia lastrada e stava dietro la zia Peppina, che senza le reti in spalle, andava apasso di marcia. Lanaggioto, affiancava la zia ed al minimo rumore, girava latesta a guardare indietro, lei capiva e rallentava il passo. La zia Peppina,robusta e di bassa staura, esprimeva la forza di una montagna e lanaggioto nonosava deluderla. Lanaggioto, aspettava con ansia che passasse il ferrovecchioper dargli un passaggio sul carretto. Il raccoglitore di ferro vecchio,ritornando dal suo giro, trovandoli sulla strada, li prendeva a bordo ecompensava, anche se in parte, la strada percorsa.

L’INCONTRO.
Lanaggioto, in su il masso d’arenaria nell’angolo delterrazzino del negozio di alimentari, emporio, di Ciccino Natoli, guardò ilmare in burrasca, i gabbiani che s’affannavano a volare contro il vento ditramonatana, girò lo sguardo a destra ed a sinistra della via Pola, daltorrente del ponte di ferro a piazza Ravel. La strada deserta era spazzata dalvento ed allora scese e lentamente s’aincamminò verso il grande pino chesvettava sul margine del prato lottando a trattenere i rami in ordine,osservando piazza Ravel, il palazzo delle poste con sulla sinstra la loggia edil palazzo della tonnara, a centro il ponte della ferrovia ed a salire, la Santa Croce. Il palazzo sulla destra, era governato da Lucchese che all’impiedi in pigiama,dietro la vetrata del balcone, stava in agguato per richiamare con la suaabituale acidità, i ragazzi a giuocare.
Lanaggioto, magro, di bassa staura, con maglietta epantaloni corti, forse intimorito dal vento di tramontana che spazzava lastrada e la spiaggia, si fermò sotto il pino. Un minuto e decise di avviarsiverso la chiesa. La sabbia, le cartacce ed altri rifiuti minuscoli, spintidalla forza del vento, volavano in aria a guisa di aeroplanini. La sabbia glipizzicava le gambe punteggiandogliele di rosso e seppure sofferente, con ilvento che lo spingeva indietro, non demordeva. Il pino di piazza Ravel,con i rami più lunghi, quasi abbracciava il piccolo al suo fianco chesemipiegato sul sedile di cemento, pareva soccombesse, incoraggiandolo aresistere. Lanaggioto, arrancava sulle gambette deciso a non arretrare, seppurela difficoltà lo invitava a ritornare a casa, proseguì la sfida camminando sulmargine più esposto della strada, nel rettangolo del campo di calcio. Le casenuove, la chiesa e la cattolica, gli sembravano irrangiubili e per di più nonc’era nulla che lo attendesse o che in coscienza, in quella zona potesseinteressarlo se non quel senso indecifrabile di un richiamo che non ha una voceod una spiegazione, è un segnale impalpabile, non plausibile che prende e avviaverso un luogo che non è conosciuto o sembra che sia ed appena è svelato,appare in una prodigiosa semplicità, ed ad un tratto, senza un cenno, avviso oparola, si sentì fisicamente sollevato. Una mano delicata, prese la sua eCalogera, la sposa del Signore, in un miracoloso viaggio, lo condusse con sénell’edificio dell’Azione Cattolica ove era in preparazione la recita per lafesta del compleanno di Padre Antonio Sferruzza, il Parroco del villaggiodi San Giorgio.
La struttura del palco era stata terminata, percompletare la sala, dunque mncavano le sedie che sarebbero state trasportatedalla chiesa. Le catechiste affratellarono lanaggioto e gli fu affidata unaparticina. Lanaggioto partecipò alle prove e recitò con serietà e misura. Larecitazione gli era congeniale, s’immedesimava con naturalezza, nella parte. Lacomunità cattolica, lo incluse nell’organigramma e lo riempì di gioia. IlSeminarista Peppe Alibrandi, in seguito lo impreziosì della sua amicizia e locoinvolse in molte iniziative. Le veglie Pasquali, gli diedero l’occasione dileggere le parabole, i salmi del Vangelo. La voce suadente, appassionata siesaltava nel porgere le sacre scritture, il suo viso s’illuminava. L’effettodella spiritualità, veicolata con maestria dal parrono don Antonio Sferruzza,esprimeva la purezza del suo animo. Il sapere della croce, segnava il suocammino a diventare un soldato di Dio. La ragione degli uomini, si conserva neiprincipi e lanaggioto, gratificava la sua indole impegnadosi nell’osservanzaquotidiana. La persona sana è rispettosa di se stessa ed assicura gli altri.L’esempio è il valore delle parole e nulla è sufficiente a spiegarle. Le stradealzavano una barriera e tentavano di farlo deviare. Lanaggioto, superava latimidezza e camminava con passo normale superando le persone sedute sulla portaa chiacchierare che gli intralciavano il cammino. non si sottraeva alla lorovista e su faceva coraggio con il saluto. Le persone adulte, lo incuriosivano eli osservava, restando ai margino. La compagnia dei coetanei, la partecipazioneai giuochi, lo attraeva. La litigiosità dei coetanei, l’arroganza degli adulti,lo infastidiva ed allora preferiva il mare e sognare i suoi abitanti.

IL MARE DI SANGIORGIO
Lo specchio d’acqua che gli stava in faccia, eraun’attrazione intrigante che non gli lasciava altro spazio. Le onde che sirincorrevano fino a riva con i riflessi del cielo, della luna, del sole,veicolavano colori che lo esaltavano e con la fantasia, s’insinuava nellaflora, giuocava con gli abitanti che appena lo vedevano, uscivano dainascondigli dov’erano nascosti, e par che lo aspettassero, interrompevanoogni competizione e lo accompagnavano. Il richiamo che esercitava sulla suapsiche era incontrollabile ed ogni giorno che la scuola lo metteva in libertà,con gli attrezzi da pesca che si costruiva, adattava ed a volte inventava,percorreva per ore la linea di costa, con pazienza e curiosità. Le onde loaccoglievano con uno sciabordìo festoso ed affascinato, con la lenza in mano,gli ami con l’esca di lumache pescava in piedi sulla battigia fino a che lamadre lo chiamava, gli gridava di andare a studiare.
Le lumachine, allungavano la testa e le antenne daibordi della scatolina, lo guardavano e si ritiravano.
Lanaggioto, le aveva raccolte la mattina nei cespuglidi canne che affioravano con le pale di ficodindia lungo il reticolato dellavigna della Baronia ove sorge l’odierno campeggio Cicero. A volte, con lascatolina con i bavalaggi intirizziti dal freddo del mattino, attraversava lastrada e scendeva sulla spiaggia sotto il cancinnittu accanto alla coloniadiurna che allungava i bracci dei bagni fino a mezza costa e l’alba vedeva ipescatori a tirare la sciabica con la cunnana e spalle alla montagna. Le cordecalate erano tante ed andavano raccolte in tempo. La spiaggia era lunga ed altaed i pescatori sudavano fatica sotto i mestieri. Le mareggiate, l’erosionecausata dal malgoverno del territorio, ha cancellato il quadrato di cemento conle traverse di ferro erette agli angoli a tenere il tetto di latta nell’intentodi proteggere dai raggi del sole che s’insinuavano nelle fessure a colpirtli, ibambini ospitati, con la cucina ed il deposito a fronte strada.

Il piccolo cancello di tavole di legno, deteneva lachiusura dell’imbocco del viottolo che sottopassa la ferrovia, conduce allastrada nazionale e dunque al palazzo Baronale. Il cancinnittu, divide la vignadalla pineta nella quale è stato costruito l’omonimo ristorante con annessospazio per suonare e ballare. Il cancinnittu, era il punto di riferimento deipescatori in mare con i mestieri ed il sentiero riservato per gli arrembaggidel Camperi delle terre della Baronia.
Il Caporale del Barone Ruffo, con il fucile in spalla,i cani al seguito, dopo avere insidiato le ragazze, le donne a giornata nelleterre del padrone, scendeva nel villaggio a provocare i mariti, i pescatori chetentavano di circuire i bisogni naturali del vivere quotidiano, cercare diprendere fiato e non cadere sulle ossa degli ginocchi e dei piedi in attesa divarare la barca, calare i mestieri a pescare.
I nodi, aggrovigliano il letto, creano intralcio nellalenza. La distanza di cala e profondità non è sufficiente per una buona pesca eva raccolta. Il bisogno di sciogliere i nodi è primario, la lenza necessita chesia liberata. I pescatori, conoscono la pazienza e l’arroganza del Caporale, siesaurì con la faccia nella sabbia, in un ciuffo di canne secche, sul margineesterno della strada verso il mare, a breve distanza del Cancinnittu. Le donneripreso il loro naturale respiro e la pace ritornò silenziosa sul villaggio.
Lanaggioto, solleticato dal tocco dei pescisottocosta, si eccitava e con la paura nella mano a tirare in secca il pesce,il braccio gli tremava fin nella scapola. La bellezza e la delicatezza deicolori lo stupivano ed emozionato stava a guardarli girare nell’acqua delsecchio.
Lo scarro, lo scavo nella sabbia attraverso il qualela barca veniva tirata in secca, era un posto di pesca. Lanaggioto, prendevaposizione a prua della Santarosa, la barca di nonno Francesco e pescava. Lapunta, la spiaggia in direzione della chiesa, ha una linea di costa più ampia.La corrente ha allungato la spiaggia e creato una virgola. L’incavo sottostanteove la corrente spezza il mare, le onde s’attorcigliano, accarezzano labattigia e si calmano, è la reggia più pescosa di jaule.
La petralonga era il suo posto ideale e si estraniavadal mondo.
Lanaggioto si metteva a sedere sul rettangolo dipietra che dalla spiaggia scende in mare e con le gambe penzoloni iniziava unabattuta di pesca che l’acqua limpida gli mostrava in ogni suo attimo e nonriusciva a venirne via che per mancanza d’esca. La petralonga, gli daval’illusione di stare su una barca all’ancora con la poppa semiaffossata nellasabbia. La sua grande aspirazione, era quella di salire su una barca di legno,navigare sulle onde e pescare.
Le alghe, si allungavano e si allargavano, nedisegnavano il fondo. Le pozze bianche si aprivano simili a specchi e laprecchia, viriola, sparagghiuni, con lenti e sinuosi movimenti, morsicando lecime delle alghe, entravano ammirandosi e con non curanza, mostravano i coloristupendi della livrea insinuandosi dolcemente negli occhi e nell’animadel’lanaggioto che stupito li osservava senza riuscire a staccarne lo sguardo..Lanaggioto, sotto il sole che sale ed i raggi si riscaldano e si fanno cocenti,entra in simbiosi con i pesci. L’atmosfera si fa sempre più bella, è unamagia ed il tempo scivola travolgendo le ore. La scatolina vuota dell’esca, loinvitava all’uscita, non aveva scampo e con irosità, raccoglieva la lenza escendeva nella piccola baia a lato, lungo il perimetro dello scoglio. La lineadisegnata dall’acqua, nella trasparenza dell’ombra, coltivava le padelle.Lanaggioto, a fatica ne staccava una, due e le mangiava con l’acquarinfrescandosi la bocca secca dalla calura. La polpa del mollusco, misto all’acquasalata del mare, si esaltava in un sapore di freschezza e genuinità che direinsuperabile non è sbagliato e con i vestiti bagnati, percorrendo la battigia,ritornava a casa..
L’altro sistema che adoperava per la pesca, era quellocon la tavola costituita da un trapezio isoscile con la base capovoltaall’esterno per navigare e da una più piccola in assetto naturale all’interno,unite l’una all’altra in parallelo con un asse di legno. Secondo il pecorso, la tavola si drigeva a destra od a sinistra allontanandosi verso illargo e distendendo la lenza.
Un altro sistema, era la pruppara. Il percorso,intercalato da soste, comprendeva un capo all’altro del villaggio. La linea dicosta era lunga, ed il percorso era irto di ostracoli nascosti sul fondomarino.
L’informe triangolo di legno appesantito da un fogliodi piombo con gli ami adagiati ed infissi alla base in parallelo, tirato versola riva, sfilava sul fondo con lo strato di isso spalmato che con il suobiancore e profumo, attraeva ed affascinava il polpo che con cupidigiaallungava i tentacoli e vi si sedeva a comsumare lo spuntino, ignaro dellatrappola.
Lanaggioto, sentendo la pruppara appesantita sipreparava appoggiandosi sul piede destro allungandolo in avanti al pari dellamano sulla lenza ed imprimeva un forte strappo agganciando agli ami il polpo.
La pesantezza della pruppara, era il segnale che ilmollusco era a bordo e seguiva la raccolta della lenza. A volte la pesantezzas’allentava e la pesca andava perduta od era un falso allarme. Se il grassomostrava i segni dei tentacoli, la conclusione era che lo strappo era statoprecipitoso altrimenti la causa era addebitata alle alghe od ad una grossapietra che ne ostacolavano il transito sul fondo.
Le paranze nella pesca con le reti a strascico, sradicavano,sconvolgevano il fondale, raccoglievano e trascinavano qualsiasi cosaincontrassero sul loro tragitto depositandolo fin sulla riva.
Lanaggioto, dunque per disincagliare l’attrezzo, eracostretto a cercare un modo, il più idoneo per disincagliarla e tirava emollava andando a destra ed a sinistra ed a volte anche scendendo in aqcua pertirarla in alto. Lanaggioto, ne aveva sempre scongiurato la perdita, in un modoo nell’atro era riuscito a portarla a riva. Il rischio di perdere la prupparanon era trascurabile, comunque molto inferiore a quello odierno o meglio, gliancoraggi delle barche da diporto, dei manufatti di cemento messi in acqua neltentativo di spezzare le correnti ed arginare l’erosione, hanno tagliato ilrischio rendendo questo tipo di pesca non praticabile.
Gli ostacoli artificiali, i frangiflutti, sono degliespedienti per aggirare la causa delle erosioni che sono figli dell’abbandono edello strupro del territorio.
La spedilitica, l’associazione politico-speculativa,ha malgovernato il territorio, sfruttando e depauperando la natura con uninteresse privato nella cosa pubblica. L’ingordigia è l’unica ragione cheossessiona l’uomo che cerca di nasconderla con operazioni inefficaci esoprattutto non è che un altro espediente per continuare la ruberia.
Le correnti del mare, nel loro moto continuo edincessante, scavano e scavano, scovano nella fortezza costruita dalla scienzadell’uomo, un punto debole ed entrano, penetrano fino nell’entroterra e siriprendono quel che gli è stato tolto ed altro.
L’uomo ossessionato dal potere della ricchezza, haperso la ragione acquisita e non riesce a fermarsi. La cura è ridare allanatura il rispetto che gli è stato tolto, lo stesso che pretendiamo per lanostra persona. La cessassione di questa violenza, potrebbe avere un esitopositivo, altrimenti la terra ci seppellirà e la responsabilità ci appartineperché continuamo a concedere fiducia agli sciacalli della politica. Il mare èstato trasformato in un deposito dove è naturale scaricare qualsiasi scoria edè una grande gebbia nella quale i pesci sono allevati in gabbie.



La dismissione della tonnara, ha sconvolto il borgomarinaro ed ha interrotto il ciclo dei pesci ed i pochi esemplari rimasti nonarrivano alla maturità che sono già nei menu dei ristoranti. La nuovametodologia di pesca, ha condotto al risultato che la sopravvivenza dei tonni èirrimediabilmente compromessa.
Gli esperti, giuocano con le parole credendosiintelligenze eccelse, all’incontrario non convincono e pare che abbiano persol’intelletto. Il loro valore è oppresso dalla consulenza e cancellanoprincipi e titoli di studio conseguiti.
La tonnara con le barche nere, riempiva l’orizzonte ela pesca dei tonni, regolava le stagioni dei pescatori del villaggio di SanGiorgio. La tonnara praticava una pesca naturale ed ogni anno era una festa. Lapesca del tonno con i suoi simboli ed i suoi riti, riempiva di gioia e rispettodel mare, i ragazzi ed il villaggio.
La sera, i pescatori scendevano dalle barche eritornavano a casa, sostiuiti dai guardiani di terra qualificati gendarmi delPadrone. I guardiani di terra, erano addetti alla sicurezza notturna dellatonnara all’acqua e perseguivano chiunque abusivamente pescasse nello specchioove la tonnara aveva diritto di calare.
Il pescatotre che ritornava a casa, era accolto congioia. La famiglia lo abbracciava con lo sguardo e lui li salutava estraendodalla faccia bruciata dal sole e dalla salsedine, un sorriso simile ad unbagliore di luna, e dalla borsa del pranzo, lasciava cadere nella vasca dellacucina, un tonnetto, un pisantuni che la mamma, la nonna, pulivano edaffettavano e fritto in padella, spigionava un superbo sapore di mare. I figliseduti a tavola, in un silenzio religioso, aspettavano il genitore cheterminasse di lavarsi, osservavano la madre che lasciava i fornelli, lo aiutavae gli dava la biancheria pulita.
I figli, senza d’istinzione d’età, aspettavano che ilpadre fosse pronto e si sedesse a tavola, dunque aveva inizio la cena.
Lanaggioto aveva mille cose da chiedergli e mangiandogiuocava con le parole che gli saltavano sulla lingua. La curiosità diconoscere lo svolgimento dell’attività della tonnara, cozzava con la fatica delpadre e si distraeva. Il timore d’infastidirlo, lo manteneva in silenzio ed allepoche parole del padre, raccoglieva sensazioni, emozioni che nella sua mentediventavano racconti.
Lanaggioto, dunque cercava d’imparare il mestiere dipescatore, ed andava a pesca per la spiaggia. Lanaggioto, non camminava a piedinudi, calzava le scarpe e questo non era usuale nel villaggio e per di più perla spiaggia con l’inconveniente che i granelli di sabbia, di soppiatto glisaltavano nelle scarpe pizzicandogli il plantare, costringendolo a fermarsi permettere fuori, l’ospite fastidioso.
Il problema più grave, comunque era l’acqua del mare,la salsedine gli mangiava le scarpe che subivano un veloce deterioramento chelo mettevano in apprensione.
I tempi erano piuttosto grami. La famiglia numerosa,sopportava a fatica una spesa aggiuntiva, dunque era causa di grandeprecoccupazione.
Lanaggioto era conscio della situazione, vi ponevamolta attenzione ma senza scarpe non riusciva a camminare. La precauzione dinon bagnarle era inutile, la salsedine colpiva comunque ed era continua, velocee silenziosa.
Lanaggioto, dunque si sedeva a sciogliere le scarpe esi puliva i piedi. La lenza calata tenuta in mano, osservava il mare. Unriflesso nell’acqua catturava la sua attenzione e con il cuore che gli saltavanel petto, aspettava il tocco del pesce e scrutava i colori cangianti del mare.le onde che si rincorrervano, nella sua immaginazione, nascondevano banchi dipesci che bisticciavano a chi dovesse mangiare l’esca della lenza.
Le ore si dileguavano, l’ombra del sole al tramontooscurava la spiaggia ed il buio scendeva sul mare. La precoccupazione coglievala madre che lasciava uno dei mille lavori che stava facendo dall’alba ecorreva a cercarlo, chiedeva ai fratelli dove fosse finito. Il ritornodel’lanaggioto verso casa era carico di minacce. I coetanei e qualche adulto,all’improvviso uscivano dall’ombra delle strade, degli orti, delle case e consadismo, chiudendolo in un recinto invalicabile, lo accompagnavano nelle manidel genitore ed aspettavano con un sorriso beffardo che la cinghia si levasse acolpirlo sulle spalle, nelle gambe.
L’amore, la passione, comunque non lo distoglievano erestava con il desiderio di saltare a bordo di una barca.
Lanaggioto, con la lenza in mano, pescava edosservava, stava in attesa che una barcuzza con la cartenna del conzo sullapoppa, uscisse a calare e vogasse verso Fetente, nella barra ove la tracina siera allocata graziosamante ed i pettini aveano trovato un habitat naturale nelBastimento colato a picco nella guerra delle eolie. Il caso scelse la barcuzzadi Stefano La Rosache in età militare, s’arruolò nella polizia stradale. Una ciurma improvvisatadi ragazzi senza lavoro che avevano deciso di andare a calare un conzo di uncentinaio di ami. Lanaggioto, alla vista saltò quasi nell’acqua gridando,richiamando la loro attenzione e la barca scese a riva. La sua richiesta fuaccolta e fu preso a bordo. Lanaggioto, euforico si mise a disposizione diStefano e dei ragazzi della ciurma. Le sarde negli ami, penzolavano dal bordodella cartenna. Lanaggioto, ospite della barcuzza, stava prono sulla poppa edosservava le onde del mare infrangersi nello scafo. Lanaggioto, a secondo dellafrequenza dei raggi del sole, raccoglieva negli occhi una miscellanea dicolori, dipingendosi a volontà, un giorno fuori dall’ordinario, non uguale aglialtri. L’azzurro si faceva argento e poi viola, bianco, rosso e verde, indaco,altri nascevano spontanei, si assemblavano e si sviluppavano in uno spettroindefinito. Lanaggioto, si lanciava in un volo rasente l’acqua, in un tuffosenza respiro fino a toccare il profondo solco del fondo marino, si rifugiavain una mano immensa, e raccoglieva recondite sensazioni, espressioni innaturaliche gli occhi non riuscivano a trattenere. Le cale si susseguivano perracimolare una quantità di pesce sufficiente, in una gara contro il tempo.L’incontenibilità dell’emozione, a sera si avvitò su se stessa e condusselanaggioto nella realtà di un allontanamento all’insaputa di genitori efratelli, e dal dolore si piegò fino a terra.
Un conto era il campo di calcio, i luoghi abituali dipesca, sotto l’occhio dei fratelli, coetanei, degli abitanti del villaggio, aportata di voce della mamma, tiranneggiata dalla sua ansia. La mancata presenzadai luoghi conosciuti, all’incontrario era identificata ad una scomparsa e lafamiglia, spinta da pensieri pesanti, andava in fibrillazione.
Lanaggioto, una mattina, dunque si armò di coraggio econ circospezione, non poca fatica, riuscì a varare la barcuzza del padre edandò a pesca di seppie, nelle vicinanze dello scarro ed a pochi metri dallalinea di costa.
L’acqua azzurrra, trasparente, era di una calmarìa chesi offriva a berla. Lanaggioto, dall’alto della barca, vedeva la ghiaia delfondo ed i pesci nuotare, giuocare, rincorrersi in libertà che il desiderio dellapesca era oltrepassato dal godimento del paesaggio. Lanaggioto, dunque nonaveva bisogno dello specchio che usano i pescatori per questo tipo di pesca. Leseppie erano ferme, adagiate sul fondo, erano belle, grasse e forsedepositavano le uova ed allora calò l’ontru. Il cilindro di piombo con l’escaavvolta intorno, con alla base la crocchia di ami rivolta in alto, sceselentamente e si fermò nel mezzo del loro accampamento.
Una seppia, allungò la chela a tastare l’esca elanaggioto pensò che fosse stanca ed aspettasse che fosse tirata in barca,dunque tirò l’ontru verso la barca con un colpo dosato agganciandola allaranfa. La chela infilzata, resistette e la issò in barca e ricalò l’ontruripromettendosi di essere più accorto, di non essere precipitoso, di aspettareche la seppia potesse essere infilzata negli ami anche con le chele più corte,più robuste che quella lunga e più debole e ne pescò un’altra. La seppia tentòpiù volte di sganciarsi. Il pescatore aveva preso le giuste misure e glirisultò impossibile svincolarsi e pescò la terza.
La gioia della pesca si scontrò con la paura che ilpadre potesse sorpenderlo in acqua con la barca. La seconda ne uscì vittoriosae lo riportò allo scarro. Lanaggioto, dunque sistemata la barca in secca enello stesso identico modo di come l’aveva presa, mise nel secchio le seppie,si tolse gli occhiali e scese sulla riva e con le mani a coppa e si bagnò lafaccia. Il cato con le seppie in mano, dunque corse a casa e quasi gridando chedall’emozione la voce non gli usciva, le consegnò alla nonna che li raccolsecon un gran sorriso.
Lanaggioto, ormai con il cipiglio del pescatore, allarichiesta di Quinto di fare una barchiata, una passeggiata con le amicheuniversitarie, sorpreso, insidiato, non ebbe la forza di dirgli di no, presecoraggio ed accettò superando la paura del padre.

L’escursione allo scoglio di Patti, fu per lanaggioto,una sorpresa unica. La barcuzza si dondolava fascinosa quasi a lambire labarriera creata da una colonia di celenterati, quasi amoreggiasse con loscoglio. Le onde che si alzano e cadono, accarezzano i piedi, spinte da ungrazioso venticello, davano la sensazione di un tenero bacio con la primaverache fiorisce e spruzza di luce l’amore che stava nascosto nell’oscurità.
Lanaggioto, dunque con la barcuzza, caricaall’inverosimile delle ragazze di San Piero Patti, trasportava la brigata versoriva. Lanaggioto alla voga e Quinto all’intrattenimento, la compagnia godevadell’allegria e della bellezza di un pomeriggio di mare calmo, dirigendosiverso l’aria profumata degli scogli della Gargana che si nascondono sotto lasuperficie dell’acqua.
Il passaggio di un motoscafo, trasformò il mare piattoin onde minacciose.
La barcuzza ondeggiò paurosamente e le ragazze che inbuona parte non sapevano nuotare, si trasformarono in scomposte figure urlanti.Quinto che si era speso con successo nel canto e nelle imitazioni, vuoi per lastanchezza, per l’oscurità che scendeva sulla spiaggia, spaventato scoppiò inlacrime. La passeggiata stava per prendere una china pericolosa. La barcuzzaaveva perso il suo ritmo e sotto la spinta delle onde navigava disordinatamenteincutendo paura alle ragazze che tentavano di sfuggire al pericolo adottando uncomportamento disordinato. Lanaggioto, tentava di governare la barcuzza,assecondando le onde, sorridendo e richiamando alla calma le ragazzenell’intento di tranquillizzarle. Quinto, con gli occhi fuori dalle orbite,incita Lanaggioto ai remi, ad essere forte, invita le amiche a non muoversi, astare ferme ed in silenzio che le onde sarebbero ritornate alla bonaccia,avrebbero ripreso il loro ritmo naturale, e la navigazione sarebbe ripresasenza altre turbolenze e sbarcati che la riva era vicina.
Quinto con le mani avvinghiate al banco, alla tavolache trasversalmente divide la poppa dalla prua, dunque scivola in ginocchio econ gli occhi inondati di lacrime, si rivolge alla Madonna del Tindari,invocando la sua protezione.
Lo sbarco sulla spiaggia, sciolse d’incanto ogni paurae la cordata superò a gambe in spalla la risacca, lasciandosi cadere esanime,sulla rena.
Lanaggioto, sollevato s’allontananò con la barcuzzaverso lo scarro. Quinto e le ragzze, salirono a bordo del pulmino posteggiatoai margini della strada e s’allontanarono lentamente.
Lanaggioto, comunque rimase impigliato in quelpomeriggio con Quinto e le ragazze e per molti anni, non riuscì a vincere lapuara. La brutta esperienza, è una ferita che malvagiamente gli affioraimbrigliandogli i filamenti del cervello. Ha cercato di gestirla, credeva d’averlasuperata, girando l’angolo, l’ha incontrata, era in agguato ed allora hapreferito trascorrere i pomeriggi all’ombra del pino di Ciccio Spinella,sdraiarsi nell’erba profumata ad osservare una miriade d’insetti, farfalline,volare da un fiore all’altro, correre nel campetto e con i coetanei, prendere acalci un pallone, evitando di andare in spiaggia ed a sera con il buio chenasconde la palla, ritornare a casa, sudato fino alle mutande.
Lanaggioto, ha accatastato la paura prodotta dallasocietà, negli anni ha tentato di tenerla sotto controllo per non soccombereagli altri, comunque ha compreso che ogni evento è diverso ed ha bisogno di unalenta stagionatura.
Lanaggioto, in qualsiasi circostanza, ha avutorispetto della propria esistenza. Ha sentito la sicurezza venirgli meno, hasaputo riprendere le redini in mano, non ha lasciato che la coscienza andassein fuga ed ha vinto le minacce.
Lanaggioto non è un pescatore, andando dietro il nonnoFrancesco, il papà, ha imparato a manovrare i remi al ritmo delle onde. Il mareè una distesa che non si può imbrigliare.
L’eco della tramontana è minaccioso, le ondes’infrangono sugli scogli, sbattono sulla battigia, oltrepassano la rocca,sradicano qualche cespuglio che esce a sorpresa riempiendo l’aria di unamiriade di goccioline. L’uomo è impotente, ha bisogno di assecondare la natura,godere della sua bellezza ed allora lanaggioto raggiunge la Funtanenna, beve unabuccata, un sorso d’acqua leggera, minerale, inclinando la testa nella concascavata nella roccia, sotto il tubicino di zinco ed estasiato attraversa eraggiunge il pilastro della galleria artificiale ed osserva le onde ches’alzano e con violenza s’infrangono sugli scogli di Boi fino a Calavà e lirincorre nella baia oltre il traforo e li vede ingobbite rumoreggiare eprecipitare allargandosi sulla battigia in una immensa carezza.
Lanaggioto, ha raccolto i brividi che gli corronosulla pelle, le sensazioni spettacolari e ritrova il coraggio che la societàgli toglie. Il maestrale che urla, l’inverno con il suo ritmo alterno, sono lamemoria di un’infanzia in lotta, nella volontà di crescere con un domani caricodi promesse e si addormenta con a fianco la speranza.



IL VILLAGGIO DIPESCATORI


I pescatori del villaggio di San giorgio, col secoloscampato alla diceria, sotto il sole, schiaffeggiati dal vento, bruciati dallasalsedine, praticavano la pesca del tonno cantando litanie alla Madonna ed alSanto Patrono.


Gli abitanti del villaggio di San Giorgio, appesantitidal bisogno di sopravvivere, hanno persorso gli anni rincorrendo l’evoluzionedelle stagioni, aspettando la tonnara.
La loro indole, consta di una leggera alterazione e siaccompagnano l’uno all’altro in un legame perverso con la proprietà diavvicinarli ed allontanarli seza portarli a collidere. La loro caratteristica èla sonnolenza, e così percorrono strade e traverse, piazze e torrenti, insilenzio corteggiano le case, e sopravvivono al presente.
Il muro sul quale corre la strada ferrata, attraversae divide a metà il villaggio tenendo a monte i contadini che coltivano le terree badano alle besti, ed i pescatori a mare con le barche ed i mestieri.
La Baronia,dispensatrice di lavoro, con i loro palazzi distribuiti sul territorio secondoun disegno preordinato, mantiene sotto un pedissequo controllo, le terre e gliuomini con le bestie ed i mestieri.
La strada statale, costeggia i rilievi collinariallontanandosi ed avvicinandosi al mare.
I pescatori, chiusi nello specchio d’acqua, in baliadel clima e del mare, non hanno alcuna sussistenza, una pur minima certezza neldomani.
I contadini all’incontrario, a prescinderedall’andamento delle stagioni, hanno di che mangiare e dunque sono ritenuti deiprivilegiati.
I pescatori, insomma in una rivalsa insensata, hannodichiarato guerra ai contadini e sfogano su di essi la loro miseria.L’avversione è tale che li hanno soprannominati Vinnani, denominando allostesso modo, la strada sulla quale insistono le loro case e non soddisfatti,gli hanno interdetta la discesa a mare.



I pescatori, escono di casa con il passaggio del trenomerci, alle quattro del mattino, con buumula e quartari, cati ed ogni altrotipo di recipiente che adagiano in fila da sinistra verso destra, intorno allaconca della fontana, per la raccolta dell’acqua, e vanno a pescare,arrabbattandosi con i conzi, le nasse, la sciabica, con la pesca costiera, inattesa della stagione della riproduzione dei tonni.
Palazzo della Baronia, situato nel centro delvillaggio con a destra piazza Ravel ed a sinistra la chiesa, è laresidenza stagionale per la pesca del tonno ed è accudito e mantenuto in ordineper ogni occasione, dalle fidate cameriere. I pescatori del borgo di SanGiorgio, guardano il Palazzo con speranza, seguono con interesse i movimentiche in esso si sviluppano. La tonnara è la mamma di ogni pescatore e senzal’imbarco sono perduti.
I coloni, approviggionano la residenza con la raccoltadell’ortofrutta e con i cani a seguito, girano per la proprietà. Laguardia è serrata, implacabile ma non sempre riescono ad impedire ai pescatoridi alleggerire i morsi della fame ed ai contadini a giornata di nonappropriarsi di qualche prodotto della terra.
I pescatori, con la camicia ed i pantaloni rattoppati,legati alla cinta con una cordicella che comunque non riusciva a mantenerli adebita distanza dalle ginocchia, con la cicca della sigaretta incuneatanell’orecchio destro, tiravano la cunnana, spalle alla muntagna.
Il principio di dividere che ha contraddistinto neisecoli il potere, ha reso gli abitanti di San Giorgio, figuranti della propriaesistenza, e con la speranza di racimolare un privilegio, si spiano a vicenda,insomma le case di destra sono invise a quelle di sinistra, nella stessatraversa la dignità è diversa.
Il borgo, diviso per fazioni, convive con unequilibrio che sfugge alla ragione.
I pescivendoli, gli Squamani ed il Rais, sostenevanola proprietà dei mestieri, insomma erano un’unica corporazione che pesava sullamiseria dei pescatori.
I pescatori privati del diritto di uomini, camminanoper la spiaggia, il prato, con il basco in mano e la coscienza appesa allenuvole.
Il potere, usa contadini e pescatori a guisad’attrezzi di lavoro. La mancanza di coraggio è una grave colpa, di dignità, ilbasco in mano, pronti al Voscenza Binidica.
Il Villaggio di San Giorgio, con il giogo dellaBaronia sulle spalle, non si è distratto neanche in un gesto naturale ed hapreso la forma di un grande sacco nel quale alla bisogna, il potere può pescare a piacimento.
La Baronia, conle redini in mano, detta le regole degli abitanti del villaggio, osserva colbinocolo i pescatori sulla spiaggia, in barca sul mare ed ascolta il canto deicontadini che faticano sotto il sole, si riparano nella baracca degli attrezzi,nella stalla con le bestie, dai rigori dell’inverno.



La montagna, seguiva l’astro nel cielo chel’oltrepassava e non comprendeva che non era lui a proseguire ma lei adandarsene, allontanarsi coinvolta nel moto rotatorio.
Il sole, osservando il sistema del pianeta che girava,scavalcava la ferrovia ed il giardino di alberi da frutta ornamentali e rivoltoverso il mare, profondeva sul palazzo pennellate di luce di incomparabilebellezza, dipingendo di splendidi colori i vetri smerigliati della finestra anicchia che si apriva sull’androne.
Le Nobildonne del Casato con il Cavaliere, il portonedi legno ed il cancello di ferro, l’uno accostato verso l’interno e l’altro almuro portante, seduti in enormi sedie di legno impagliate di zammaraverdognola, trascorrevano i pomeriggi, celiando, sorseggiando spremute d’aranceraccolte nella villa, dolcemente accarezzati dai colori del tramonto, protettidai guardiani di terra che simili a cani azzannavano chi s’avvicinava, perfinoi ragazzi che sfuggita loro la palla dal campo di calcio che comprendeva anche lastrada oltre i pini nani nel piazzale del Palazzo, cercavano di raccatarla percontinuare il giuoco.

Ipescatori del villaggio di San giorgio, schiavi della miseria e dellasopraffazione, dalle provocazioni e dall’arroganza della corporazione degli Squamani,non riuscivano ad alzare la testa ed ogni tentativo di sollevarli aveva igiorni contati.
Il bene della comunità, il raggiungimento di unobiettivo comune, era inficiato dalla mancaza di coraggio e dalla cura delproprio orticello.

LA TONNARA DI SAN GIORGIO
L’anno 1100, il Conte Ruggero D’Altavilla, pose la Tonnara sotto la podestàdel Monastero dei Monaci Benedettini di Patti.
L’Abate Ambrogio, uomo d’ingegno ed accorto politico,comunque non portò alcun sollievo ai tonnaroti che per questo dicevano di luiche aveva a vucca monna, la bocca molle, mancia a du ganasci, mangia doppio delnormale e non s’affuca mai, cioè inghiottiva con facilità, sfruttando ipescatori, circuendoli con l’arte delle belle promesse senza mai condere nulladi concreto.
La tonnara di San Giorgio, nel 1375 non fu calata ebarche, palischermi ed ogni altra attrezzatura, vennero messi a ricovero neimagazzini. La custodia dello specchio d’acqua nel quale calava la tonnara, fudemandata alle ancore di ghiaia e sabbia che dalla spiaggia, seguivano la rottadei tonni, nella stagione della riproduzione.

Il Re Martino, al termine di molteplici beghenobiliari, nel 1407, concede a Berengario Orioles, il mare nel quale la Tonnara, aveva diritto dicalare.
Il Re Ferdinando, nel 1503 fregia Berengario Oriolesdel Titolo di Barone di San Giorgio.
Flavia Orioles, nel 1600, andata in sposa a FrancescoMastro Paolo, porta in dote Baronia e Tonnara.
Giovanni Mastro Paolo, nel 1720 lascia in eredità alComventi di San Francesco di Chiavari in Palermo, Fondo e Tonnara che nel 1751,cede a Cesare Mariano D’Amico.
L’anno 1775, la tonnara torna a calare nell’anticosito ad Ovest della pietra Gargana.

La tonnara, constava della sola camera della morte ovesi compiva la mattanza ed era legata alla terra ferma, da u n masso di sabbia eghiaia, semiaffossato nella spiaggia.
La tonnara di San Giorgio, con l’inscatolamento diparte del tonno, ha caratterizzato per quasi un Millennio, il villaggio dipescatori, rendendolo uno dei siti più famosi.

La tonnara di San Giorgio, nel 1963, circa duecentoanni dopo, cessa di calare ed è rimessa a dimora. Il Casato l’ha relegatadietro le immense porte di legno dei magazzini e si è spenta nel respiro lievedelle onde che da riva indietreggiano con la risacca consumando la sua storianel mormorio gioioso dei granelli.
Il Santo Patrono, veniva portato in processione afermare il mare in burrasca che aveva eroso la strada ed avanzato nel giardinodi agrumi di Don Nunzio ed addirittura minacciato la strada ferrata,raccoglieva qualche preghiera, tante imprecazioni colorate e ritornavasull’altare a sonnecchiare rischiando perfino di bruciare al fuoco delle tantecandele votive messe sotto la pancia del drago.
Il Santo guerriero, esautorato del potere e con levestigia affumicate, addirittura rese a diceria, insomma non era più in gradodi offrire alcun miracolo ai pescatori del villaggio. La generazione cheavanzava, chiedeva un domani diverso, un’aspettativa di vita più consona alprogresso dei tempi, dunque spinse i genitori ad armarsi del coraggio che gliera mancato in gioventù e li costrinse ad emigrare.
La tonnara a dimora nei magazzini, nel 1973, circadieci anni dopo, ha usufruito di un finanziamento pubblico, tirata fuori ecalata.
La ciurmaera raffazzonata, infarcita di qualche anziano pescatore e di molti ragazzi, PippoAccordino, Pietro Providenti fra gli altri soprannominandosi “ I Fanatici delBastardo “, dal nome della barca sulla quale erano stati imbarcati, che assoltoil servizio militare, disoccupati, aspettavano il primo treno buono per seguirela rotta dell’emigrazione.
Lanaggioto, ha visto nella ripresa di questaattività, uno sfratto, il varo di un grande progretto speculativo.
La guidafu affidata al Rais Rosario Canduci, profugo della Libia, coadiuvato nellevesti di sottorais da Giovannino Salmeri detto Custuleri.
Il Rais Rosario Canduci, insomma dal ponte di comando del Palischermo SanFrancesco, accompagnò la tonnara alla definitiva dismissione.
I Rampolli del Casato, in breve cedetteroterre e palazzi e con il Capitale raccolto, navigarono verso mari piùprosperosi.
La pesca tradizionale del tonno, non era piùproficua, altri metodi di pesca erano entrati nel mare e le rotte spezzate.
La politica, indossati i vestiti dell’impresaedile, avviò la speculazione stuprando il territorio del villaggio.
Gli immobili, caduti in mano alla Spediliticache naturalmente, confidando nell’assenteismo degli Enti preposti alla tutela,si è disinteressata dei vincoli ai quali erano sottoposti, iniziò l’operademolitrice, sventrandoli e saccheggiandoli.
La Spedilitica, insomma mise in scena la spoliazione della tonnara edel territorio del villaggio di San giorgio.
Le barche, i palischermi, i galleggianti e le ancore,sparsi ai margini del prato e la spiaggia, abbandonati nell’incuria più totale,assistettero impotenti all’abbattimento dei magazzini nei quali eranoricoverati nei mesi che non stavano in acqua.
I turisti ed i passanti, scorgevano i relitti copertidi sabbia e di spine, e con negli occhi la misura del degrado del villaggio,continuavano nell’indifferenza il loro viaggio.
Gli abitanti di San Giorgio votati a rinnegare lastoria marinara, godevano della speculazione che gli concedeva in cambio dellapropria casa o del terreno, qualche appartamento arredato e fornito dei nuoviritrovati della tecnica.
Il progresso avanzava e quel che rappresentva ilvecchio, la storia era un intralcio e dunque cancellato.

La Spedilitica,entrata in possesso di ogni spazio, ha costruito liberamente, scavalcando leregole, demolendo la storia dei pescatori di San Giorgio.
Lanaggioto, in visita al villaggio, offesomortificato, correva a salutare le barche, i palischermi che scomparivano nellespine e nella sabbia, incitandoli a resistere, chiamandoli per nome, nonriuscendo a credere che una storia millenaria potesse perdere la dignità ecorreva alla Cabanenna, Muciara, Burdunaru, Santa Rita, Bastardu, MariaSantissima, Caiccu, Uzzittu, san Franciscu, San Giorgio, Santa Flavia, cadendoin ginocchio esausto, e rivolto alla rocca del Tindari nella quale insisteval’antica chiesa sulla quale è stata costruita la cattedrale di marmo, con lavoce rauca gridava, ridammi la mia infanzia.
Il villaggio di San Giorgio, ospitava una gara acarattere regionale di Gokart, la prima organizzata nel borgo.
Il San Giorgio ed il Santa Flavia, adibiti apalcoscenico per gli eventi estivi, ad un tratto cominciarono a mandare dasotto la carena, un sottile fumo bianco. Le grida di Salvatore Salmeri,il figlio di Maria Lo Presti e Pippo, impegnati a lavorare nella pizzeriaNumber One di Rocco, sfuggendo alla zia Lucia che l’aveva in consegna, chetentativa di allertare del pericolo gli adulti, non sortirono al cun effetto,anzi furono ritenute il capriccio di un ragazzino irrequieto e Stefano La Rosa che aveva posizionato leballe di fieno lungo il circuito, chiuse l’allarme buttandovi alcune manciatedi sabbia.
I Palischermi della tonnara, appaiati sotto la Cattolica, covavano unleggero, incompresnibile attentato.
Una mano invisibile, con accortezza espregiudicatezza, nel disinteresse generale, sottacendo l’inquietitudine diSalvatore, stava mandando in fumo i resti di una storia millenaria.
Il San Giorgio ed il Santa Flavia, nello svolgeredella competizione, svilupparono il fuoco. L’oscurità della sera, mostrò alcielo le lingue devastatrici, e la nottata fu illuminata da un enorme falò.
L’alba accolse le autobotti dei Vigili del fuoco aspegnere gli ultimi bagliori che si levavano dai palischermi che per un tempoimmemorabile avevano resistito alle più terribili intemperie.
La Spedilitica, lasocietà di politica ed edilizia, aveva messo le mani sul villaggio di SanGiorgio trasformamdo il borgo di pescatori, in un cantiere a cielo aperto,senza rispetto delle leggi che regolano lo sviluppo urbanistico e la tutelapaesaggistica di ogni agglomerato civile.
Il Santo Patrono del villaggio di pescatori, Sangiorgio, abbagliato dalle pietre colorate del mosaico che lo incorniciano, conla spada lanciata sulla testa del dragone ed il cavallo che recalcitra sulleginocchia, non ha tentato neanche un abbozzo di sana reazione.
La battaglia era volta alla vittoria del drago, dunqueincapacitato, rimase assopito, contenuto in un insano riposo sulla facciata delbianco agglomerato turistico.


Le ancore del 1600, andarono ad ornare le ville dipolitici ed affaristi.
Lanaggioto, inorridito di fronte al saccheggio, chiamòalle armi il guerriero e si scagliò contro l’Ente preposto alla tutela delpaesaggio e dell’ambiente. L’indifferenza, è un animale potente e per vincerla,i pallettoni od i bazooka, non sono efficaci.
La speculazione politico affaristica, dunque sconvolsele linee architettoniche e paesaggistice del villaggio con la realizzazione dialloggi turistici, seppellendo sotto colate di cemento ogni riferimentodell’antico borgo.

Gli abitanti di San Giorgio, confusi ai nuoviresidenti, hanno perso visibilità, ne è rimasta la nomèa e della culturamarinara se n’è persa la memoria.
LO SCRITTORE ENNIOSALVO D’ANDRIA

La guerra aveva appena sbiadito i bollori di sangue ela gente piangendo i propri morti, cercava di sollevarsi dal dolore e dallafame.
Il 1948 aveva introdotto nel paese la democrazia.Il nuovo sistema raccolto nei principi della Carta costituzionale, eralegato con nodi trasversali al regime assolutistico appena sconfitto, dunquefaticava parecchio ad affermarsi.
Gli uomini nominati a governare erano ancoraimpigliati nel vecchio metodo, dunque l’attività e la vita delle persone nonriusciva a svolgersi liberamente.
Ennio Salvo, nato a Patti, ha seguito gli studiclassici a Firenze ove si è occupato di bibliografia ed antiquariato del libro.
Ennio Salvo D’Andria è scrittore, poeta e pittore. Lesue opere pittoriche, non scaturiscono dall’uso del pennello. La penna Bich, delineai tratti ed i colori dei suoi quadri. Le opere esposte, attraversano larealtà e descrivono viaggi in territori e spazi oltre il nostro pianeta ecreano visioni surreali.
Lanaggioto, non riesce a staccarne lo sguardo eviaggia attraverso le sue figure, quel mondo e si solleva uscendo dal presentee dalla quotidianità del borgo.
La libertà e la bellezza, cantano canzoni misterioseche oltrepassano il confine divisorio creato dal potere sopraffattore permantenere l’uomo asservito.
Ennio Salvo ha la passione per la politica ed ilPartito Socialista Democratico lo nomina segretario della sezione di SanGiorgio.
L’impegno di Ennio Salvo è di trasformare il villaggiodi pescatori e dare loro una visione del futuro meno disperata, più serena.
Ennio Salvo, intende sottrarre la bellezza del borgomarinaro, dalle mani di persone bieche e saccenti, che amministrano con lamente obnubilata.
Il dispensatore di lavoro, usa contadini e pescatori,a guisa d’attrezzi. Il suo programma, dunque è una lotta contro l’inciviltà ela barbarie, è dare dignità ai lavoratori e lavora con lena al suo riscatto.
Ennio Salvo, per la sua barbetta bionda che gliincornicia il mento e per la sua cultura, è chiamato dagli abitanti di SanGiorgio, Prufissuri Barbitta.
Il Professore Barbitta, ha assunto il nome d’arte,D’Andria con il quale nel 1939, ha dato alle stampe il romanzo I Picciotti diGibilrossa, giudicato da Blasetti, la migliore opera di quegli anni ed ha vintoil Premio Nazionale per soggetti cinematografici. Ha inoltre pubblicato ilromanzo Sicilia un giorno, edizione che è andata distrutta nell’alluvionedell’Arno.
Una ricerca del Professore Giuseppe Alibrandi, ne hascoperto una copia nella disponibilità della Biblioteca di Livorno.
Ennio Salvo D’Andria, è stato Direttore e RedattoreCapo di Pandemonio ed altri giornali, di Agenzie di stampa e di Premi Oscar perla moda, dunque sono seguiti articoli politici su quotidiani Italiani eStranieri, saggi e racconti.
Il Castello di Sammezzano in Toscana, è stata la suaresidenza lavorativa. La terra natìa la cullava nel cuore ed ad Ella tendevaper darle l’onore che meritava.
Il Professore Ennio Salvo D’Andria, per la comunitàdei pescatori di San Giorgio, semianalfabeti, attrezzi da lavoro, era la fontepolitica e culturale.
Il suo carisma umano e culturale, attrae i giovani ene raccoglie parecchi, e riesce a seminare nella coscienza di alcuni, il valoredella dignità ed il principio della libertà.
Il fascismo aveva intimorito gli animi, privandolidella libertà, la Democrazia Cristiana aveva sbiancato la camicia nera e viaveva attaccato la croce piegando la ragione nel confessionale.
Il Professore Ennio Salvo D’Andria, sotto il simbolodel Partito Socialista Democratico, con il suo insegnamento, seppure con indicibilefatica, era riuscito ad infondere nei pescatori, il necessario coraggio alottare per i diritti ed il proprio benessere.
Le sue parole, il loro significato profondo, avevanopenetrato la scorza dell’ignoranza.
Il Professore Ennio Salvo D’Andria, era riuscito adottenere la Delegazione Comunale, la firma per la Costruzione delCimitero e la costituzione della Cooperativa.



IL CIMITERO DI SANGIORGIO
Gli abitanti del villaggio di San Giorgio, non avevanonel proprio territorio, un luogo consacrato per seppellire i loro morti edunque erano costretti a trasportarli nel Comune di Gioiosa Marea al qualeerano stati sottoposti che dista circa otto, dieci chilometri.
La distanza non creava nocumento, il pericolo erainsito nel vento di tramontana che nel periodo invernale spazza con veemenzainusitata, la strada. Il traforo di Capo Calavà che divide la comunità di Sangiorgio dal comune di gioiosa Marea, si trasformava in un inferno edimpediva l’attraversamento. I pescatori di San Giorgio, a piedi e con lacassa in spalla, erano imnpediti a percorrerla, rischiavano che il vento liprecipitasse sugli scogli sottostanti, dunque erano costretti a trattenere incasa, a volte anche oltre cinque giorni, il caro estinto.
La costruzione del Cimitero nel territorio delvillaggio di San Giorgio, dunque era una necessità, un’urgenza nonprocrastinabile, all’incontrario gli Amministratori di Gioiosa Marea, non laritenevano un’opera primaria.
I Signori Amministratori, incarogniti nel potere,respingevano qualsiasi approccio e rifiutavano perfino l’ascolto. I bisogni deipescatori di San Giorgio, evidentemente non rientravano nei doveridell’Amministrazione comunale ed erano scartati e mandati al macero.
I pescatori di San Giorgio, riscontrata infruttuosa,inutile l’ennesima domanda, mortificati nella dignità di cittadini,costituirono un comitato di lotta.
L’anno 1948, i componenti del comitato, un gruppo dipescatori in maggioranza giovani, guidati dallo scrittore Ennio Salvo D’Andria,intenzionati ad eliminare il rischio corso, con l’estinto nella bara in spalla,di volare sugli scogli in mare a causa del vento di tramontana, occuparono unfazzoletto di terra brulla, incolta, sulla ripida collina in contrada Cicero diproprietà del Barone Ruffo, con la determinazione di usarla per costruire ilCimitero di San Giorgio.
Il villaggio di San Giorgio, non avrebbe piùtrasportato i propri morti nel Cimitero di Gioiosa Marea. Gli abitanti delvillaggio di pescatori, avrebbero dato degna sepoltura ai morti, nel proprio territorio.
La morte di Rosaria Bertuccelli, ne propiziòl’occupazione e la bara con la morta fu sepolta nella fossa scavata all’ombradi un castagno, prendendo concretamente possesso del terreno.

La Baronia,allertata dalla corporazione degli Squamani, sollecitò l’Amministrazionecomunale di Gioiosa Marea che interessò le Autorità militari che comandaronol’intervento della forza pubblica sulla proprietà.
L’Autorità Militare, accorsa immediatamente in loco,constatata la situazione, intimò ai rivoltosi di uscire dalla proprietà etrasportare la morta nel cimitero del comune di Gioiosa Marea.
L’occupazione della collina, inclinava l’equilibriodelle classi, significava porre in discussione la proprietà privata e l’effettopoteva essere disastroso.
L’Autorità dello Stato, doveva ripristinare ilprincipio della proprietà privata, che la distanza della testa con le braccia,non poteva essere accorciata, insomma riporre le chiavi nella tasca delPadrone.
Un manipolo di pescatori, non poteva mettere indiscussione, il potere costituito.
Il potere dello stato, con la fascia a lutto sulbraccio sotto la camicia, era ancora munito della necessaria spietatezza perusare la forza delle armi e riportare l’ordine.
I pescatori del borgo di San Giorgio, con le barche inacqua a remare, gli attrezzi a pescare e tirare, erano con le orecchie rivoltealle correnti che scendevano dalla montagna, stavano allerta.
Il Presidio sulla collina, era vigile giorno e notte,manteneva senza distrarsi, sotto controllo il territorio.
I Delatori, al soldo del potere, non lasciano nulla alcaso, sono all’opera per dividere, iniettare timore e paura nelle famiglie enella comunità.
La corporazione degli Squamani, è una squadra beneaddestrata a questo tipio di servizio, è uno specialista professionista e sacorrodere le componenti più deboli, altrimenti non sarebbero che deivigliacchi.
La faccia avvolta in una maschera incolore, tramano,lanciano mazzi di ortiche e camminano rasente i muri, origliano dietro le portee le finestre, non lasciano traccia, sono visibili per il loro odorenauseabondo di vomito e di fogna.
Tindaro Agati, posto a guardia sulla collina, lanciòl’allarme con la Brogna. Ilsuono diffuso dalla conchiglia marina, colse i pescatori sulla spiaggia apescare con la sciabica. Le forze dell’ordine, armati fino ai denti, sidirigevano vereso la collina. I ragazzi del comitato, lasciarono i mestieri, edaccorsero a difendere la fossa con la morta nella cassa sotto il castagno. Laconquista dei diritti ha bisogno di coraggio. La dignità di una popolazione,non si compra al supermercato.
La barca a tirare, la sciabica in acqua, in mano aglianziani, i pescatori, corsero verso la collina.
I corpi bruciati dal sole e dal sale, affamati dirispetto, con determinazione, a piedi imboccarono il torrente del ponte diferro.
Il letto di ciotoli e pietre che costeggia il vignetodella Baronia a sinistra e le terre con l’uliveto a destra, accompagnò ipescatori dal mare fino alla collina, al suono di alcune spontanee, sporadichebestemmie che la vallata confuse con i versi dei volatili stanziali e diqualche uccellaceo di passaggio che aveva trovato molto accattivante lalocalità e si era ritagliato uno spazio.
L’arrivo sulla collina, dei Carabinieri della Tenenzadi Patti, trovò i pescatori schierati a difesa della bara con in prima linea,Nunziatina Russo, la figlia della morta.
Gli uomini in divisa, comandati da uno Stato cheseppure costretto a dismetterla, indossava sotto la pelle, la camicia nera, nonriusciva ad accettare l’atteggiamento ribelle dei pescatori. La lotta per lacostruzione del cimitero di San Giorgio, era un diritto sacrosanto. Lostato alimentato da un moto di rivalsa sper la sconfitta subita, non ammettevacedimenti.
Gli abitanti del villaggio di San Giorgio cheinizialmente si erano mobilitati a fianco dei pescatori del comitato, allavista dei Carabinieri in armi, erano fuggiti a gambe levate.
Le forze dell’ordine, comandati a riprendere possessodella proprietà privata, erano determinati.
La lotta del comitato dei pescatori sulla collinabrulla, accerchiati dai Carabilieri, con il moschetto puntato in faccia ed ilcolpo in canna, era impari.
I Carabinieri, minacciavano i pescatori disparare se non avessero liberato la terra della loro presenza. I pescatori delcomitato, non retrocedevano, la loro resistenza rasentava l’incoscienza.
Il loro coraggio è un atto di nobiltà che la societàcoglie in un numero sempre più ristretto di uomini che sistematicamente sonodefiniti dei folli.
I pescatori del comitato, senza la richiesta di alcunprofitto personale, s’immolarono per servire il bene comune.
I pescatori del comitato, in compagnia della figliasulla cassa della madre morta, abbandonati a se stessi, incalzati dai continuiassalti dei Carabinieri, non arretrarono di un passo, resistettero senzamostrare alcun tentennamento. Il giorno con la lingua penzolone e la testa infiamme, dunque si allontanò, uscì dai confini in lotta e dallo spazio intornoed lasciò entrare il buio. La notte infarcita di tanta precarietà, si erallungata sulla collina nascondendo le facce arrossate, le labbra secche deipescatori e l’indomani sarebbe venuto ancora più carico di preoccupazione.La prospettiva non era buona e dunque ognuno si preparava ad affrontareun altro giorno di guerra, senonchè la trattativa si offrì ad accogliere ildiritto dei pescatori di San Giorgio per avere la facoltà di costruire su quelterreno il camposanto per i cari estinti del villaggio.
Gli uomini in divisa, dunque disabilitarono le armi egli fu ordinato di mettersi a riposo.
Il comitato di pescatori, insomma aveva conquistato ildiritto di costruire sulla collina, il cimitero di San Giorgio.
Il Cimitero del comune di Gioiosa Marea, non avrebbepiù messo a dimora un abitante di San Giorgio. L’ostracismo che colpiva i suoiabitanti a prendere posto per il riposo eterno fuori dal suo territorio erastato abrogato.
Il Comitato di pescatori, furono indagati e sottopostial rigore della legge.
Il diritto doveva risarcire la legge del padrone e lavendetta prese posizione.
La costruzione del cimitero, richiese agliAmministratori comunali, una lunga vacatio. L’applicazione dell’accordo risultòdi una travagliata metabolizzazione. La sua realizzazione impiegò circa diecianni e qualche tempo dopo, l’ala sud di sinistra, franò nel torrente. Laricostruzione, influenzata dalla politica, poisizionò le bare in loculi diversidagli originari e Francesco accordino e Canforea Santa, asceseromiracolosamente ai piani alti lasciando il loro posto a defunti con la parentelaallocata nella parte del potere in vigore.
I componenti del comitato, indagati furono costretti asostenere i vari gradi di giudizio con spese legali che per le scarse risorsedei pescatori, erano insostenibili. Il resto degli abitranti di San Giorgio, sirifugiò nel bisogno personale. L’indifferenza avrebbe raggiunto il colmo se nonfossero intervenuti gli emigrati con un sostanzioso contributo.
Il processo, alla fine dei vari gradi di giudizio,condannò a pene variabili ed amministiati i componenti del comitato, dunquesuccessivamente riabilitati.

LA COOPERATIVA GIUSEPPE ACCORDINO

Il Professore Ennio Salvo D’Andria, costituì lacooperativa Giuseppe Accordino, intendendo sollevare dalla miseria, i pescatoridi San Giorgio.
La cooperativa fu denominata a Giuseppe Accordino peronorare la memoria del Marò disperso in guerra, figlio di Francesco e SantaCanfora.
I pescatori iscritti nella cooperativa GiuseppeAccordino, per prima nella provincia di Messina, aveva ottenuto gli assegnifamiliari ed era previsto l’acquisto di pescherecci per assicurare loro unlavoro tutto l’anno.
La cooperativa Giuseppe Accordino, con la sua attività avrebbe spezzato il nodo che teneva legati per il collo, i pescatori aipescivendoli.
Gli Squamani ritenevano che il pesce pescato gli fossedovuto e senza fare il prezzo, lo caricavano sui mezzi e lo depositavano inmagazzino per la vendita.
Gli Squamani, dunque secondo la loro benevolenza, concomodo, determinavano il prezzo del pesce.

I pescatori, detratta la spesa dell’esca, tolta laparte della barca, del mestiere, insomma per fare il conto, non avevano bisognodi ricorrere alla striscia di carta gialla che avvolge il pesce né delmozzicone di matita nera che di solito usava Turi Buzzanca per scrivere le misureper costruire porte, finestre e tavoli.
Il Marò Peppino, era il secondo dei fratelliAccordino. Il primogenito era Carmelo, il padre del’lanaggioto.
La guerra è una ffare per gli Industriali ed iGovernanti che si servono dei figli del popolo, per sopraffare altri simili,gloriarsi della vittoria ed acqusire potere e ricchezza.
Il Marò Peppino, chiamato in guerra, lasciò ilvillaggio, la pesca, le avventure amorose e con gli anni carichi di vigore e disperanza, partì a servire la patria.
Santa Canfora, nella sua casacca nera, aspettò che ilfiglio disperso in guerra, tornasse a casa.
La speranza che il secondogenito fosse vivo erauspportata dalle zingare che bivacchiavano sul marciapiede, davanti la porta dicasa.
.

La madre del’lanaggioto, Francesca detta Gina, osòcontrastarle
La battaglia, sembrava averle allontanate. L’effettodurava qualche giorno. La petulanza delle donne e la debolezza di nonna Santa,le riportava sulla soglia.
Una madre non si rassegna alla perdita del propriofiglio e raccoglie ogni notizia, la coltiva e si culla in essa per non moriredisperata. Un a polmonite, in età avanzata, con il respiro le tolse l’ultimasperanza.
I Riatteri, ovvero i pescivendoli Puglia, Garito dettoSalera, Cicirello, Barbera, tenevano i pescatori con il collo nel cappio delbisogno, della necessità di sbarcare il lunario.


La corporazione dei pescivendoli, gli Squamani condepositi e punti vendita, conducevano a piacimento l’acquisto del pesce.
I pescatori di San giorgio, dunque erano loro ostaggi.
Gli erano debitori dell’esca e dei Mestieri non eranopadroni, insomma non avevano alcuna capacità di contrattazione.
La maggioranza dei pescatori di San Giorgio, era sottoi mestieri gestiti da Calogero Pancheri ch’era il capo barca dei padroni.
La marineria contava una ciurma numerosa e dalcianciolo alla sciabica, pescava per conto del Rais Rosario Salmeri detto Mau,del fratello Carmelo e della corporazione dei pescivendoli. Gli Squamani ed ilRais erano collegati con la Baronia che manteneva in mano le redini del villaggiodi pescatori.
Il pescatore Francesco Accordino, era padrone di barcae calava conzi e nasse.
Il nonno del’lanaggioto, dunque pescava per contoproprio e mal sopportava l’arroganza dei pescivendoli, arrivandoaddirittura a ritirare il pesce pescato messo in vendita sulla pista. GliSquamani senza alcuna concorrenza, avevano lanciato il prezzo al massimoribasso. L’offerta mancava di rispetto, era un affronto alla dignità dellavoro. Francesco Accordino inoltre non accettava l’incognita di ricevere lasomma, alle calende greche. Il tempo di pagamento, veniva talmente dilatato chesuperava la decenza della conta dei numeri.
La cooperativa Giuseppe Accordino, l’istituto appenanato, sarebbe stata la casa dei pescatori del villaggio. I pescatori di sanGiorgio, si sarebbero liberati del pesante fardello imposto dagli Squamani. Lagrande speranza di spiccare il volo verso la libertà, però rimase stampatasulla carta. I pescatori, impauriti dagli Squamani, recedettero dal loroimpegno e la cooperativa senza la loro forza, esaurì la propria attività. Lapista restava senza pesce ed i più coraggiosi che lo mettevano in vendita, nonricevevano alcuna offerta. Gli Squamani non compravano ed il pesce andavaperduto. La maggioranza dei pescatori di San Giorgio, intimiditi, hannopreferito distruggere il lavoro svolto dal Professore Ennio salvo D’andria econsegnare il proprio futuro nelle mani dei Padroni. La cooperativa, rimastasenza coraggio, non serviva i pescatori. Il sogno dei pescatori di San Giorgio,schiacciato nelle murate delle barche, nelle mura degli orti, cadde nei pozzi esi estinse.
I pescatori di San Giorgio, andavano per mare e neuscivano nella notte senza aver visto il giorno che li aveva accolti edaccompagnati. L’indifferenza era tale che neanche il verso di un corvo glifaceva alzare gli occhi al cielo.
Il giorno si svegliava per conto proprio e non era unrichiamo per i pescatori di San Giorgio. Il loro passo era dettato dal clima.La scossa ad accelerare, arrivava con la stagione primaverile. La tonnara lisvestiva dell’apatìa, iniettava in loro una vitalità diversa.
I pescatori di San Giorgio aspettavano la stagionedella pesca del tonno per riconciliare l’andamento del resto dell’anno eritornare a sperare.
La tonnara era la mamma e nella stagione che pescava,il villaggio si sollevava. La miseria, comunque restava nelle case. Lecondizioni d’ingaggio avevano bisogno di essere rivalutate. La contrattazionein vigore andava rivista. Il trattamento economoco era divenuto insostenibile equello umano degradante.
La Baronia, nonrispondeva alle richieste di un adeguamento economico. Lo sciopero deipescatori della Tonnara, dunque diventava sempre più pressante. Il sindacatoera debole ed incerto, diviso, non dava affidamento.Alcuni esponenti, brigavanocon la Baroniae cospiravano con gli Squamani minacciando ed intimorendo i pescatori.
Il Professore Ennio Salvo D’Andria, ammaestrò ipescatori all’unità. La loro forza avrebbe determinato la vittoria. Labattaglia economica per un slario adeguato, per la dignità dei lavoratori, perla serenità delle famiglie entrava nei diritti fondamentali di ogni essereumano. Lo scioperao aveva bisogno della massima determinazione. I pescatoridella tonnara, i Tonnaroti non dovevano piegarsi alle minacce, le singolepromesse non avevano carattere unitario, dunque andavano scartate. IlProfessore Ennio Salvo D’Andria non si era risparmiato e quei pescatori senzaistruzione, avevano compreso l’utilità dell’unità per portare fino in fondo labattaglia.
Lo sciopero dei pescatori della tonnra, ebbe untravaglio doloroso e causò molta sofferenza.
Il Professore Ennio salvo D’andria, fu accompagnato inquesta impresa, dal sindacalista Messina. Gli altri del sindacato, denominati idifensori dei diritti dei lavoratori, a braccetto con gli Squamani,boicottavano lo sciopero e parteggiavano per la Baronia.
Il Padrone, istruito ed allenato a sostenere ilproprio potere, non molla di un millimetro. Lasquadratura dell’intelligenza glifa vedere il potere e non comprende che il risvolto, concedere qualcosa non èuna debolezza, è un guadagno.
I pescatori della tonnara, i Tonnaroti, seppure sottominaccia, armati del coraggio dell’unità del Professore Ennio Salvo D’Andria edel sindacalista Messina, s’imbarcarono nello sciopero. I pescatori piùdeterminati, sostennero i vacillanti e convinsero gli altri della lotta per larivendicazione ed assieme resistettero e non si fecero piegare dalle minacce edacchiappare dalla paura. I pescatori della Tonnara, avevano scelto i dirittiche distinguono l’uomo dalle bestie.
Il Professore Ennio Salvo D’Andria, conclusa latrattativa, assegnati gli emolumenti, sperò che questa lotta avesse contribuitoa dare la speranza a quella gente, che fosse avvenuto in loro un cambiamento.
Il giro di boa non avvenne, la gioia della vittorianon superò la prova di civiltà. I pescatori di San Giorgio, dopo qualche passo,persero l’euforia e rientrarono nel recinto dell’ordine costituito, ritornaronosui propri passi e con il basco in mano si allinearono alla legge del padrone.
Il coraggio della dignità, passa per lo stomaco ecapita spesso che a vincere è quest’ultimo anche se rimane comunque vuoto.
Il benessere dei pescatori di San Giorgio, cozzava conla testa della Baronia e con quella degli Squamani, dunque ripresero il camminoche gli era conosciuto. Chi ha vissuto camminando con il mento chino sul petto,pur avendo la possibilità di alzarlo non ci riesce e per salutare,automaticamente tira il basco dalla testa.
La maggioranza dei pescatori di San Giorgio,ricusarono i compagni e senza vergogna rientrarono nei ranghi. Gli altri, isoliti quattro portatori sani di dignità, sbarcati dalla tonnara, furonocostretti a trasferirsi in altri siti di pesca del tonno, emigrando in Calabria,Tripolitania od a cercarsi un altro lavoro in altri continenti, lasciando leloro famiglie e le loro case.
Il padre del’lanaggioto, Carmelo Accordino, si èportato sulle spalle, per molti, troppi anni, la macchia di scioperante che loha tenuto lontano dalla famiglia. Il lavoro l’ha cercato e trovato, andavaovunque senza arrendersi alla sofferenza ed ai sacrifici e non gli è maimancato mai.

Ogni uomo ha il suo prezzo soleva dire il ProfessoreEnnio Salvo D’Andria, non celando nella voce una grande delusione.
L’Impegno profuso a favore dei pescatori di SanGiorgio, non fu ritenuto meritevole. La maggioranza dei pescatori delvillaggio di San Giorgio, nell’urna elettorale, preferì il partitoDemocratico Cristiano che sulla camicia nera portava la croce.
Il partito Socialdemocratico, non rientrava nellavisione degli abitanti del villaggio di San giorgio, dunque seppure con grandedispiacere, andò a ricoprire l’incarico di Sindaco, nel comune di Oliveri.
Un borgo marinaro che nel 1948, era squallido al paridi San Giorgio, non aveva strade e fognature, né farmacia, né acqua.
“….E io aono lieto di avergli dedicato 7 anni diintensa attività a quel popolo eccezionale che ha meritato in pieno ogni miapremura. Ebbe a dire agli abitanti di San giorgio, il Professore Ennio SalvoD’Andria.
Ho fatto quel che dovevo ed ho mantenute le miepromesse, anche se una sottospecie di Geometra imbecille di San giorgio locontesta.
Voi però sapete che il mio paese è questo e che avreipreferito dedicare qui tutte le mie attività. Ma Voi, perdio! Me l’aveteimpedito! E poi, invasati da una crisi di autolesionismo, avete distrutto ciòche che avevo fatto per sollevarvi dalla miseria e dalla schiavitù. Non tutticertamente. Solo la maggioranza. E io ricordo ancora quelli che rimaseroaccanto a me recrimando quant’era accaduto.
Ora stringo la mano a tutti, anche a quelli con lacorda, concluse il Professore Barbitta.

IL SOGNOSCHIACCIATO


La cooperativa Giuseppe Accordino,per lunghi anni mantenne sul prato, il simbolo della vergogna e dellavigliaccheria. Il prato in faccia all’odierno Bar Capriccio, la Cartolibreria Senso Unico e la Rivenditadi Tabacchi di Giuseppe Cicirello, ospitava la pista. Un quadrato di cementocon due pali di legno eretti sul margine esterno, a circa tre, quattro metridalla strada, con una corda di canapa legata in cima. Alcuni sparuti pescatori,non avevano dimenticato o capito in ritardo il lavoro del Professore EnnioSalvo D’andria, credevano ancora in quel sogno e per anni vi feceroriferimento.
I pescatori sognatori di dignità eripsetto, non si erano arresi e dunque depositavano il pescato sull’incementatoin attesa della contrattazione.
I pescivendoli Salvatore Pittaridetto Balici e nino La Rosa,pur appartenendo alla casta degli Squamani, si differenziavano da loro,collocati ai margini tentavano la compravendita del pesce.
Gli Squamani planavano ai bordi dellapista ed approfittando della debolezza economica di Salvatore Pittari e Nino La Rosa, iniziavano una gara dioffese sottoponendoli a mortificazione, costringendoli alla rissa.
Salvatore Pittari e Nino La Rosa, dunque erano costrettia ritirarsi.
La loro forza economica edorganizzativa non gli permetteva neanche di litigare.

SALVATORE PITTARIdetto BALICI
La carretta di Salvatore Balici, andava a forza dibraccia, sotto l’acqua e contro il vento. Il clima non era mai clemente. Ilportabagagli della bicicletta con alcune cassette di pesce azzurro, polpi eseppie, qualche altra specie che racimolava con la barcuzza con le rizzelle, larete per la pesca sottocosta, una mano a tenere le cassette e l’altra sulmanubrio, scalzo, con la camicia legata con un nodo sulla pancia abbondante, ipantaloni a mezza gamba, spingeva, arrancanto saliva lungo il margine disinistra della strada a sfiorare il grosso fusto degli eucaliptus ntacchianatadi Patti, offrendo a squarciagola, la sua merce, il pesce alle donne delle casedi destra piuttosto che a quelle di sinistra ch’erano sparute.
Nino La Rosa, si recava a Librizzi in motociclo, a vendere il suopesce che non si differiva molto da quello di Salvatore Balici.
Le peripezie che la quotidianità offriva loro,accomunati in un andare difficoltoso, su una strada accidentata, ha fatto pensareal’lanaggioto che a dichiararli fratelli gemelli, l’uno pieno, l’altro magro,di uguale e bassa statura, non era una stupidaggine.
Salvatore Pittari, più sanguigno, grintoso, con laresponsabilità di una famiglia numerosa, non si arrendeva e lottava, cercavaaltri modi per non soccombere alle angherie di quei canazzi.
La bicicletta a fianco, accompagnato dal tintinnìodelle monetine nella tasca destra dei pantaloni scesi sotto pancia, osservavacon curiosità il mare sottocosta.
Gli scogli, la spiaggia, la statale per Calavà erano iluoghi d’osservazione preferiti. Salvatore Balici, conosceva le abitudini, irifugi dei pesci e cercava negli scogli, nelle insenature, aguzzava lo sguardonell’acqua e con la memoria esaminava le strisce bianche, le macchie argentee,scure.
La bicicletta posteggiata dietro il deposito degliattrezzi, della casa cantoniera, sul lato meno esposto, che non fosse visibiledalla strada, con cautela scendeva il ripido viottolo fin sulla spiaggia,s’avvicinava alla battigia, lanciava in acqua qualche pietra, osservaval’effetto e ritornava in strada arrampicandosi comn mani e piedi.
Il fiato che gli penzolava per la lingua,s’allontanava verso la bicicletta, la inforcava e partiva.
Il nascondiglio non doveva essere distante, ritornavapoco dopo ed era appesantito.
La prudenza di chi trasporta un carico pericoloso, concircospezione scendeva in piaggia, camminava, si fermava e si eclissava dietrouna roccia.
Un’ultima occhiata nell’acqua, era il momento buono,innescava e correva, andava a velocità sostenuta, sembrava inverosimile, eppurequasi voleva, insomma era lontano quando lo scoppio della bomba sconvolgeva leaqcue del mare. Le braccia e le gambe in un sincronismo perfetto spingevano iremi nell’acqua e la barcuzza appariva nello specchio di mare con i pesci agalleggiare. La raccolta era veloce, un impegno meticoloso per evitare che ipesci, andassero a fondo e lavorava di gran lena con il coppo. Lospecchio a portata di mano cercava cefula, jaiuli, fin sotto lo scalino cheaffonda la spiaggia.
Un amattina che il buio chiudeva la strada, SalvatoreBalici, inforcata la bicicletta, s’allontanò di casa. Le scarpe non erano unabbigliamento usuale nel suo abbigliamento, dunque non vederlo a piedi scalzi,era un avvenimento e la strada ancora addormentata, si svegliò di soprassalto elanciò per aria terriccio ed acqua piovana ristangnante nella pozzanghera infaccia alla casa di Giuvanninu Palettunaru che usciva per andare in spiaggia acalare la scibica e che fu costretto per evitarla, a girare l’angolovelocemente, imprimendo al suo corpo piuttosto pesante, un’impossibilepiroetta.
Il giorno trascorse per le donne di casa ntacchianata di Patti, senza sentire la voce di Salvatore Balici e acuendol’udito, ascoltarono la strada chiedendosi dove fosse andato.
Nino La Rosa, di ritorno dal suo giro, si meravigliò che non l’avesseincontrato. Il pesce era poco e l’aveva venduto in fretta, non ci badò eproseguì. L’ora di pranzo era trascorsa e la famiglia, non vedendolo rincasare,non si preoccupò eccessivamente. A volte, rientrava a casa, scaricava dalportabagagli, le cassette vuote e ripartiva mancando il pranzo. Il suo arrivo,non passava inosservato, era comunque rumoroso. Le caratteristichedissacratorie che lo accompagnavano spingendo perfino le galline chepasseggiavano nell’orto, sotto i limoni, gli aranci e mandarini, ad affacciarsiinorridite sulla catena sciolta che fungeva da cancello, non si palesarono edil silenzio non disturbato, si prolungò dilatandosi a dismisura.
La prima a mettersi in allarme, fu la moglie che conil pranzo pronto, chiamò in tavola e Salvatore non occupò il suo posto. La Signora Pierina,gridò Sabbaturi, Sabbaturi credendolo nell’orto. Il marito non si presentò edallora preoccupata andò a chiedere a parenti, amici, conoscenti. Il villaggiodi pescatori, non l’aveva visto. Nino La Rosa, la medesima risposta. La Signora Pitruzza,continuò ad andare in giro e chiedere se qualcuno avesse visto il marito. Larisposta non cambiava e non si dava pace ed allora sguinzagliò i figli perspiaggia e monti, incitò ogni figlio, dal più grande al più piccolo, maschi efemmine indistintamente, Santinu, Ciccinu, Giuvanninu, Pina e Nunziatina. Lafiglia minore, Pina, alle grida della madre, corse dietro ai fratelliall’incontrario di Nunziatina, la più grande, s’affacciò alla finestra, uscì dicasa, entrò nel giardino di agrumi, giuocò con il cane bastardo che stazionavanei pressi e con la tranquillità che la caratterizzava, rientrò in casa ed andòa sedersi e si mise a lavorare di cucito. La sorella più piccola, Pina, malsopportava la seriosità della sorella più grande e non mancava di stuzzicarla.La sua affidabile responsabilità, la metteva a disagio e la trasformava in unascimmia dispettosa, dunque ritornò indietro e trovandolseduta a lavorare diricamo e cucito, con i piedi sulla cassapanca in faccia alla finestra, disoppiatto le si avvicinavò ele diede una scrollatina da sotto la gonnafacendole saltare il tombolo. Pina sifigurava che avesse sulle gambe il gattoed allora con la sua estrosità, afferrò un pugno di nuvole dal davanzale dellafinestra e gliele lanciò in faccia, dunque le infilò la mano destra a pugnosotto la gonna nel tentativo di colpire sotto la pancia l’animale che le facevale fusa. L’impresa era andata a vuoto, il gatto rientrava dalla strada e sottolo sguardo minaccioso della sorella, Pina arrotolò nelle mahni, l’energia cheaveva in corpo ed alla stregua di un segugio, si mise in cammino alla ricercadel padre.
Pina camminava a passo svelto che quasi correvainseguita dallo sbattere di ali in un tentativo di volo nel petto, il fiatogrosso la fermava, percepiva qualcosa di pesante e riprendeva. L’aleggiare non l’abbandonava ed altrepassò petralonga, giungendo con varieperipezie a Fetente e costretta a ritornare indietro per la mancanza dispiaggia, esausta si lasciò cadere sulla battigia ed il mare la bagnava fino arinfrescargli il petto che un uccello pareva volerle dilaniare dibeccate.
La sera scese a controllare le rizzelle ammonticchiatea prua della barcuzza di Salvatore Balici tirata in secca.
La raccolta delle notizie dei ragazzi a piedi, inbicicletta, costituì un indizio per la discesa in mare delle lampare.
Le barche in mare, la balilla, il calesse, lebiciclette per la statale oltrepassando Petralonga, Boi fino a Calavà,continuarono le ricerche fino all’alba. Salvatore Balici, dunque fu raggiuntodai richiami, dalle luci ed emerse dagli scogli e fu trascinato di peso nellalampara. Gli ematomi, le ferite non gli permettevano di camminare e gli amiciSquamani, in Balilla, lo accompagnarono a casa.
La luce del giorno che ormai sorvolava il giardino diagrumi, per non mortificarlo, spazientita, corrucciata, voltò le spalle allaprocessione e si nascose in una spianata di nuvole. Il sole esplose poco doponel cielo, il tempo di caricari d’energia e dimenticato l’uomo delgiorno, aprì il cielo e ritornò a riscaldare le strade, la spiaggia ed il mare,disperdendo le nuvole ovunque, senza alcun discernimento. La gente calzò lamaschera e saltando sul carretto del vetusto somaro Angelino, entrò nellaquotidianità e si liberò della realtà, inventandosi qualsiasi attività peronorare la famiglia.
Lanaggioto si alzò dal marciapiede dove si era sedutocon l’acquerello ed i fogli per dipingere e si sedette sulla soglia di casa adosservare il sole nel cielo che si era sciolto nell’aqua e nei colori deldisegno, lasciando un’ombra allunagata con la faccia della disperazione.
L’avventura di Salvatore Pittari detto Balici, fi rnfarcitadi supposizioni e smentite che si annullavano e si esaltavano in un susseguirsidi sequestri ed avvertimenti, di rapina, caduta accidentale, che si fosseabbattuto con le proprie mani. La causa rimase ignota. A bocca chiusa sivociferava che i mandanti fossero gli amici. Gli abitanti del villaggio presidal loro travaglio quotidiano, ripresero il sentiero tracciato e proseguironoil loro viaggio.
Il cambiamento del proprio itinerario, è un andamentodiverso dal quotidiano. Ogni persona è consapevole del suo stato, romperel’equilibrio, implica battaglie, lotte furibonde che conducono comunque asofferenze. La vittoria o la sconfitta sono effimeri sensazioni. Lospirito si perde e nulla cambia.

LA BARACCA DI LEGNO
Ogni estate, raramente ne mancava una, il ProfessoreEnnio Salvo D’Andria, scendeva a San Giorgio ed andava ad abitare sullacollina, oltre l’aqcuedotto comunale nella casa parenterale denominataMalamura.
La casa parenterale, era la sua residenza stagionale,si trascinava sulle spalle, una causa civile ventennale ed alla sua morte, fulasciata cadere in rovina.
Il Professore Ennio Salvo D’Andria, insediatosi nellacasa di Malamura, scendeva nel villaggio di pescatori per le provviste incompagnia di uno dei figli di Carmelo Accordino.
Il Professore Ennio Salvo D’Andria, ha con CarmeloAccordino ed i figli Franco, Pippo, Santino ed anche con Lanaggioto, unrapporto familiare.
I fratelli Accordino, dunque s’incaricavano ditrasportare sulla spiaggia i pezzi componibili della baracca di legno. Iragazzi del borgo, sotto la direzione di Pippo Molena ch’era il più adulto,Rocco Ducati ed altri, li coadiuvano nel trasporto anziché andare per agrumetie vigne con il rischio di cadere preda dei cani e della scupetta, delfucile del Caporale della Baronia. I ragazzi, alla chiamata, accorrevano eprendevano parte all’impresa, con allegrìa.
Il Professore Ennio Salvo D’Andria, aveva progettato ecostruito in un giuoco d’incastri le pareti, il tetto, la porta e la finestra,dunque trasportati i componenti sulla spiaggia, la baracca veniva assemblatasotto la linea di mezza costa, alcuni metro sopra lo scarro della barcuzza diCarmelo Accordino.
La baracca di legno, in mezzo a quel deserto di sabbiae la compagnia di qualche barca, appariva alla strada, una cattedrale.
Il Professore Ennio Salvo D’Andria, eretta la baracca,invitava i ragazzi a Malamura, qualcuno s’incaricava di portare qualche secchiodi sabbia da spargere sul terrazzino davanti la porta d’ingresso, comunque congratitudine ed amicizia, donava loro qualche spicciolo, una mini bottigliad’amaro, un profumo pubblicitario, un brandy al più tenerario che imitando gliattori di films, per apparire adulto e forte, beveva di colpo rimanendo a boccaaperta e senza fiato provocando negli astanti risate ed in qualcuno l’occasioneper prenderlo a pugni sulle spalle.
Il ritorno al borgo, per i ragazzi si trasformava inun giuoco a chi arrivava prima in piazza. Una corsa a perdifiato nella qualeLanaggioto evitava di cimentarsi. L’aria infra il chiaro e lo scuro, con lefrequenze dei raggi del sole che s’allungavano rilasciando effetti sconosciuti,creavano nella visuale del’lanaggioto, strane forme, gli acuivano l’udito checon l’ausilio dei versi degli uccelli, lo strisciare dei rettili nella vegetazione,lo circuivano con vocine, richiami che lo facevano pentire di non avere presoparte alla gara con i coetanei e se la dava a gambe levate, convinto di averealle calcagna un nugolo di spiriti, di fantasmi che ammaestrati dal crepuscolo,prima di scendere nelle tenebre, tentavano d’imbastire un giuoco perverso con isuoi sensi.
Il Professore Ennio Salvo D’Andria, ogni mattina, siliberava dalle pareti domestiche, e s’insediava nella baracca sullaspiaggia, s’immergeva nell’acqua e passeggiava nel sole.
La baracca di legno, è un’attrazione e gli amiciaccorrono, prendono il sole e si bagnano, giuocano a carte e chiacchierano.
L’ombra della baracca che s’allunga sulla spiaggiasecondo la posizione della terra col sole, crea un ombrello naturale e la sabbiasi fa tiepida ed invita a sostare chi si è liberato dalla professione svoltatutto l’anno e trascorre un tempo di ferie al villaggio, residenti nelle cittàviciniori che per l’occasione venivano a trovare il Professore, l’amico EnnioSalvo, insomma la frequentazione di artisti, persone di cultura allietava labaracca sulla spiaggia del villaggio di San Giorgio.
Il Professore Ennio Salvo D’Andria, a sera, carico disole e di sale, a volte in compagnia di qualche amico per la cena, di unospite, lasciava la Baraccasulla spiaggia, a piedi percorreva la strada Vinnani e raggiungeva il bivio checongiunge il villaggio alla statale, attraversava il ponte detto del Pecuraru,lasciava a lato la casa di padre Risica, fu prete di San Giorgio, entrava nelsentiero che sale lungo il costone di roccia e ritornava a Malamura.
Il costone, non s’allungava per molto e poco dopo laroccia, lasciava il campo libero alla valle. Una folta vegetazione, alberi difico ed agrumi, con orti e vigneti, la caratterizzava e ne nascondeva iconfini. Il viottolo che vi si apriva, era affiancato da eriche rigogliose chein silenzio, senza alcun fruscìo accompagnavano il Professore ed eventualiospiti od accompagnatori, fin quasi sotto l’abitazione.

Un incidente stradale, alcuni anni dopo, gli concessedi camminare appoggiato ad un bastone, in seguito, a causa dell’aggravarsidella motilità della gamba, lasciò il Castello di Sammezzano, la casa diMalamura e prese residenza in un piano terra, in faccia al mare con l’ombra diun grande gelso davanti ed all’angolo, la residenza ed il negozietto per lavendita di attrezzi per la pesca di Onofrio Russo detto Pennisi.


Il Professore Ennio Salvo D’andria aveva energia davendere, tanto che diede alle stampe, il romanzo dal titolo, Undicesimocomandamento.
Altri lavori sono rimasti inediti ed alla sua morte,sono caduti in mano di familiari, ignoranti e fannulloni che li hanno nascostialla conoscenza degli altri.
La cultura, non è carta straccia, sono le maniimproprie che sono incapaci di coglierne il valore e ne fanno perdere ognitraccia.

L’INDIGNAZIONEDEL’LANAGGIOTO

Lanaggioto, ha frequentato il Professore Ennio SalvoD’Andria, negli anni ed è indignato soprattutto contro i nipoti oltre agliabitanti di San Giorgio.
Il nome del Professore Ennio salvo D’Andria, circolavaper casa ch’era bambino.
La famiglia del’lanaggioto lo conosceva e gli eramolto legata. Il padre del’lanaggioto gli è stato compagno di lotta per ilcimitero e la tonnara e quando è ritornato in Toscana, lo ha nominatosegretario della sezione locale del partito Social Democratico. CarmeloAccordino, non ha mai svolto attività politica, conosceva la forza del lavoro econ puntiglio reclamava il rispetto dei propri diritti.
Il giornale di partito che gli arrivava a casa era perlanaggioto, un’occasione per informarsi.
Lanaggioto amava leggere, i libri di scuola non glibastavano, erano ristretti, aveva bisogno di andare oltre quel sapere egaloppava con la fantasia distraendosi.
Il villaggio di San Giorgio non era fornito di unalibreria e con il denaro ricevuto in regalo dagli zii in licenza dall’arma, danonna Santa, andando a scuola, si recava nella libreria Piccione e li spendeva,tanto che Pippo, il fratello minore, soleva chiamarlo mangiacarta.
Le risorse economiche erano molto esisgue e per lafamiglia non era facile mandare i figli a scuola.
La madre intendeva che i suoi figli studiassero e nonspuntassero gli anni con la pesca. Lanaggioto amava studiare ed in segretoscribacchiava.
Lanaggioto ha frequentato la scuola media rompendo ilegami di classe, ospite in casa di Ottavio Canfora, cugino di nonna Santa.Franco, il fratello maggiore, vi era stato in precedenza.
La lontananza dalla famiglia, la mancanza dellalibertà offerta dal borgo, dei giuochi con i coetanei, indusse lanaggioto, neimesi successivi l’inzio dell’anno scolastico, a rinunciare all’ospitalità incasa di cugino Ottavio. Lanaggioto, preferì viaggiare piuttosto che restare.L’esaurimento del trasporto dei libri di testo che teneva in camera, conclusel’esperienza. La frequentazione con la famiglia dei cugini Canfora, dunquedivenne occasionale e non si è mai interrotta.
Franco, il fratello maggiore, in precedenza, un giornoall’uscita di scuola, non fece ritorno a casa di cugino Ottavio.
La ricerca di nonno Francesco, fu lunga ed affannosaed alla fine lo scovò a San Giorgio, nascosto in una casupola fatiscente, usataper ricovero occasionale, per deposito attrezzi agricoli, nei pressi del pontedi ferro.
La casa di cugino Ottavio Canfora, gli si eraristretta, il borgo gli offriva molte più possibilità di scorazzare, digiuocare a carte. L’iscrizione presso l’Istituto di AvviamentoProfessionale, non gli suscitò molto interesse ed ebbe una frequenza limitata,costellata di risse coi compagni e l’addetto all’ingresso. La bicicletta con laquale raggiungeva Patti, gli fu rubata. L’incontro per una soluzione conil probabile ladro, si dimostrò un agguato, che Franco affrontò colpendoa pugni gli avversari, il compagno responsabile mandandolo in opsedale, minandola quiete della famiglia. Carmelo Accordino, ch’era costretto per lavoro astare lontano da casa, dunque decise d’affidarlo al Professore EnnioSalvo D’Andria che lo condusse con sé a Firenze nel Catsello di Sammezzano.
Il rapporto di amicizia della famiglia Accordino conil Professore Ennio Salvo D’Andria era di lunga data ed è proseguito con ifigli, in successione fino a Santino.
Lanaggioto per la sua timidezza, si teneva indisparte, attratto dalla cultura, incuriosito dall’espressione delle facce,dallo gesticolare nel parlare, dalla presenza degli artisti, anelava alla loroconoscenza, ascoltava e si avvicinava alla baracca.
Il pittore Jack Friling lo incuriosiva e nel dipingereun totano sulla fiancata della poppa della barcuzza per la pesca copiosa chedistingueva Carmelo e per riconoscenza per i totani ricevuti, lanaggioto colsenel suo sguardo un’intensa espressione che d’istinto lo indusse a paragonarload un genio.
Il Maestro Gianni Consolo, frequentatore della Baracadel Professore, anni dopo a trascorrere un giorno in spiaggia sotto il sole, accorgendosi che il totano di Jack Friling andava sbiadendosi, vi sidedicò a rinnovarne i colori.
Lanaggioto, un pomeriggio, scansò la timidezza che lotratteneva e salì sulla collina, nella residenza estiva di Malamura, al seguitodel fratello Santino con l’intento di fare leggere al Professore Ennio SalvoD’Andria, i pensieri che negli anni gli erano sbocciati nella mente, trascrittosu fogli e che chiamano poesie.
Lanaggioto, seguendo il viottolo alle spalle diSantino, raggiunse Malamura. La residenza estiva del Professore Ennio SalvoD’Andria, con il balcone dalle ante aperte, s’affacciava sulla valle fino almare.
La casa elevata un piano fuori terra sopra unmagazzino, era attaccata alla civle abitazione della famiglia Baragona e siaccedeva proseguendo verso destra ove scalini in pietra, conducevano alterrazzino sul quale si apriva l’ingresso. L’abitazione della famigliaBaragona, restava sul viottolo.
La famiglia, contava tre figli, uno dei quali Luigi,abiatava nel villaggio con la moglie e lavorava in muratura, Maria con la menteobnubilata, s’accompagnava a Peppino, meno della sorella, comunque autonomo esoprattutto di una forza muscolare pari se non superiore a quella di un buemuschiato che almeno siddisfava il padre e la madre nell’attività di bracciantiagricoli.
La domenica pomeriggio, finot il lavoro nei campi edavere pranzato, lavato, sbarbato e profumato, con il vestito della festa,Peppino scendeva al villaggio di pescatori e siccome l’unico divertimento, erala partita di calcio, s’aggirava lungo la linea di porta a guardare.
I ragazi della sua età ed anche più adulti, noncontenti dell’andamento della partita, ma soprattutto spinti dalla loronormalità alla ricerca di un altro divertimento, lo circondavano e lopunzezzhiavano con insulse battute ritenute spiritose.
Peppino, con un evidente deficit mentale, lavoratoredella terra, della categoria dei Vinnani, non comprendeva il comportamento diquelle persone e soprattutto non sopportava che gli stessero addosso. Peppinotentava di evitare la loro pesantezza con parole incomprensibili, di risponderea quelle aggressioni con goffi movimenti del corpo. L’ilarità dei molestatori,dunque raggiungeva l’apice, costringendolo a liberarsi di loro con violenza eriprendere la via di casa.

LA POESIA DI MALAMURA

Lanaggioto, messo piede sul terrazzino, sulla suadestra scorse la valle ed il mare che cercavano la sera. Le luci del villaggio,della penisola e delle barche a pescare, si accendevano cercandosi in un cieloindeciso a seguirli e sentì la poesia del creato entrargli nel sangue e nellamente con una profonda carezza amorosa da togliergli il respiro.
La campagna lusureggiante di coltivazioni, alberi dafrutta, brulicava di versi d’ogni specie. Malamura, dentro quest’oasi èassopita, nel suo profumo delicato è un sogno, un’esistenza galleggiante cheveleggia su rotte imperscrutabili.
La natura incontaminata, esalta l’uomo e lo mantiene amezz’aria in un succedersi continuo di sensazini, di emozioni uniche che tiincitano a godere della serenità, della bellezza che profonde senza sosta.
La società che allevia i bisogni quotidiani, si èappesantita di meschinità, di aggressività. L’uomo in corsa alla conquista diquel che gli passa accanto, di acchiappare il potere, ha perso la capacità diguardarsi dentro. La città, l’ha espropriaro di quella condizione dileggerezza, di semplicità che vede nel vicino, un amico. L’ingordigia è il suogoverno ed ha perso il limite del bisogno.
Lanaggioto, dunque entrò in casa a salutare ilProfessore Ennio Salvo D’andria ed oltrepassata la soglia di Malamura, si trovòimmerso in strane figure striate di colore nero e rosso, giallo, di fiori ingermoglio, maltrattati da mani maldestre, incuranti della loro bellezza.
Le pennellate simili a sciabolate, esplodevano e sidistendevano raccogliendosi in uno spazio profondo. L’infinito terminava incornici dorate, bleu, grigie, bianco latte con la sensazione che potesseroscomparire da un momento all’altro e lasciare che uomini ed animali, eterei,volatili, entrassero e navigassero a proprio agio, sotto la regìa di una manoinvisibile.
Lanaggioto, scorgendo il Professore Ennio salvod’Andria, si porse a saluatrlo e nel girarsi per uscire in terrazzo, ad untratto fu sorpassato da una folata di vento, un volo leggero, uno sciabordìo.
Lanaggioto accolse nel padiglione auricolare, il versodella Ciavola, il rumore leggero del mare che s’infrangeva dolcemente sugli scogli,sui piedi della torre e vide solcare le onde da una nave armata di raggi solaricon a bordo un equipaggio dalle forme indefinite con occhi grandi carichi di unazzurro sereno.
L’esercito sbarcò con le onde ed entrò nella torre ovela Ciavolanidificava.
Lanaggioto, raccolto a riccio, si sentì sollevare amezz’aria e stava per prendere il volo.
La Ciavola, forsedisturbata, carica di una collera spaventosa, s’avventò gridandosull’equipaggio della nave che stava ormeggiando a breve distanza dalla torre,mettendolo in fuga.
Lanaggioto, osservò la nave allontanarsi conl’equipaggio scomparendo verso lune nere e bleu, verdi motagne arrotolate, inuna luce astrale, dunque smise di volteggiare e persa la leggerezza,appesantito ritornò a terra.
Lanaggioto, dunque cercò conforto nella memoria, lacasa si riempì delle voci dei pescatori del borgo che maturavano i lorodiritti, che si assumevano del coraggio della battaglia e con l’ansia checercava di sopraffarlo, con cautela si peritò di scivolare sulle opere di JackFriling che coprivano le pareti, le ante delle porte, del Professore EnnioSalvo D’Andria e con i brividi che gli correvano sulla schiena, uscì nelterrazzino e si sedette sul muretto a sedile con le spalle verso il borgo.
I pioppi posti a guardia dell’ingresso e misuravano lafacciata della casa, accoglievano l’aria leggera che scendeva da Monte Meliusoe Lanaggioto sentì nella mente i pensieri accavallarsi.
Il bisogno di costruire una chiara presentazione deisuoi lavori per porli al Professore Ennio Salvo D’andria, lo mise in disputacon le corde, la lingua e le guance.
Le frasi gli restavano sui dentie confuso tirò dallatasca i fogli scritti e li pose sul tavolinetto di pietra che faceva servisiosul terrazzino confidando che Santino ne avesse parlato al Professore EnnioSalvo.
Lanaggioto, guardava i fogli di carta con i pensieri ele parole che aveva partorito ed ad un tratto, colto da una ventatad’inutilità, pensò di rimetterseli in tasca.
La creazione pittorica dalla quale ne era uscito conaffanno, rendevano i suoi lavori inosservabili.
Le congetture gli riportavano esempi di visioni,un’eversione di colori, insomma la bellezza delle pennellate non scorreva nellesue parole ed ecco che nei fili della sera, sente la voce di nonno Francescoche al centro della numerosa cerchia di familiari, parenti ed amici, amemoria, racconta dolore e sofferenza, le storie di Orlando, del Conte diMontecristo, delle Mille ed una Notte, i romanzi tratti dai libriproibiti che teneva sotto il letto chiusi in una cassettina ed il cielo esplosein una manciata di fiori.
Il Professore Ennio Salvo D’Andria, ecco che uscì dicasa ed entrò sul terrazzino, s’accese una sigaretta e si sedette sullapoltroncina di vimini e guardandolo serioso, con un breve sorriso, gli indicòuna macchina da scrivere su un tavolinetto poco discosto dicendogli: Vai ericordati che non danno da mangiare.
Lanaggioto, gli sorrise grato della sua disponibilitàe si mise al lavoro. La sua scrittura era difficoltosa da gestire e per renderlacomprensibile aveva bisogno di essere trascritta ed intraprese il viaggio aritroso trasportandosi il cielo.
Lanaggioto, con il resto della luce che si eradistribuita altrove, insomma al chiarore di quella artificiale della casa,portò a termine il lavoro di scrittura e stanco, conunque soddisfatto, consegnòal Professore Ennio SalvoD’Andria, i suoi pensieri che i caratteri graficidella macchina avevano reso leggibili.
Malamura, con il terrazzo aperto sul golfo di SanGiorgio, lo scoglio di Patti, la Rcocca della Madonna del Tindari, si riempì d’odori di mare edi campagna, la sera avvolta in una stoffa leggera, venne a ballare creandoun’atmosfera mozzafiato.
Lanaggioto, dunque intimidito da cotanta bellezza,s’avviò verso il tavolo che Santino aveva apparecchiato.
Un vassoio posto nel centro, conteneva fettinedi pescespada cotte sulla brace, inumidite col salmoriglio composto diorigano di Calavà e con olio d’oliva di San Giorgio.
Lanaggioto, seduto alla destra del Professore EnnioSalvo D’Andria, deliziato dal profumo, rimase a guardare e si costrinse atrattenere le mani a servirsi che la fame lo spingeva alla fretta.
La bontà della cucina di Malamura, gli fremevasu ogni papilla e ritornò al borgo dentro una favola, accompagnato dalla maestosaorchestra della natura.


ILPINO DI PIAZZA RAVEL



Il borgo dei pescatori di San Giorgio, senza lasperanza della tonnara, con l’emigrazione che aveva estinto la marineria ch’erastata un vanto nella gara delle barche con i borghi rivieraschi per la festadel Santo Patrono, relegato nella sua lunga e larga spiaggia, con le barchesenza mestieri, con gli anziani che vagano accosto ai muri degli orti, o stannoseduti sulla destra della porta di casa, a consumare il giorno, a sonnecchiaree fumare, aspettare il buio per andare a letto e magari nottetempo, allocarsisulla collina che iragazzi del ‘ 20 guidati da Ennio Salvo, avevano conquistatoad eterno riposo, i ragazzi che andavano a scuola, con i pomeriggi lasciati agiuocare a carte sotto i ponti, nei palazzi semidiroccati della Baronia, nellasaya, qualcuno con una manciata di lavoro nella muratura, con la barcuzza apesca costiera, scontava l’insostenibilità dei tempi.
Gli Squamani, chiusi nei loro affari, spiavano edimbastivano trappole per i più deboli, sorvegliavano la proprietà privata evietavano ai ragazzi, anche con la pioggia ed il freddo, l’entrata nel lorocircolo con la televisione ed il calcio balilla.
L’albero di pino in piazza Ravel che Ciccio Spinellaarmato di garofano nell’incavo dell’orecchio destro e radio a tutto volume inspalla, aveva salvato dalla famelicità delle pecore di Turi Buttò detto Janco edai buoi del suo compare, dunque divenne il loro ricovero all’ariaaaperta.
Il pino di piazza Ravel, rivolto a sinistra versoil prato e la via pola, dietro la quale si schiera il borgo, dunque accolsesotto la sua chioma, in una protezione sonnacchiosa, i ragazzi randaggi di Sangiorgio. I pini ormai alti, con la loro belleza ornano e decorano il prato edin fila la via pola e d’estate con l’ombra danno refrigerio ed ospitalità alocali e vacanzieri. Le gelaterie, i Bar, le tavole calde e di ristorazione,affacciati su di essa, hanno approfittato della loro disponibilità egraziosamente vi hanno riversato tavoli e sedie ed una struttura in legnoprolungando il servizio oltre le mura delle costruzioni altrimenti mal goveI pini donati dalla forestale, per mesi erano statilasciati a macerare sul prato. Un gruppo di ragazzi, considerati scansafatiche,oggi Bamboccioni, distraendo Turi Canfora che del Comune, era custode delCimitero, addetto al motore a scoppio per evacuare dalle vasche sulla spiaggiale acque della fogna, li hanno interrati e messi a dimora nel prato cheospitava i pali con la corda per stendere la biancheria al sole, il fosso delladiscarica a cielo aperto. Gli anni successivi, i ragazzi ormai con laresponsabilità dell’età, andarono a cercarsi un lavoro che il territorio nonoffriva ed emigrarono verso le città, all’estero, lasciando il borgo e gliamici. Lanaggioto, nei sporadici ritorni al borgo, osservando la crescitadei pini, i robusti tronchi e le folte chiome, sorride entusiasto, dice chequella generazione, pur con la sua turbolenza, aveva lasciato alvillaggio, una magnifica pineta, seppure altri tentavano di ascriverseneil merito.
L’Associazione per la difesa dell’ambiente e dellasalute, recita che difendendo questi valori, possiamo avere la certezza di unpresente ed un futuro migliore, ma evidentemente gli Amministratori comunali diGioiosa Marea, mancano di questa cultura.
La bella pineta, con le sue radici si è fattainvadente, ha cominciato a creare qualche problema agli ingressi dei locali, alpavimento del marciapiede per i passanti. Un albero di pino in prossimitàdell’ingresso del locale Number One, forse era cresciuto troppo, la strutturane risentiva ed allora gli è stata resecata la chioma. I pini all’internodei locali, dei marciapiedi, erano divenuti ingombranti, invadenti, e dunqueavevano bisogno di un trattamento. L’occasione è presa a prestito e laveridicità dell’argomento, dice Lanaggioto, si trasforma in speculazione. Ilgiorno delle Palme, nel disinteresse generale, insomma ha consentito agliscienziati della politica, di autorizzarsi a mettere sotto controllo la situazione.Il pino in faccia alla Rivendita di Tabacchi che Santa Canfora aveva protetto ecurato, aveva affisso un bando di appalto dei lavori in corso. QuestiBenemeriti Amministratori del Comune di Gioiosa Marea, che solo alcuni mesiprima, non avevano i soldi per cambiare una Lampadina ai lampioni chelasciavano la strada al buio, all'improvviso hanno stanziato oltre100 mila Eurodi denari pubblici per rifare il marciapiede minato dalle radici dei pini. Gliocchi del’lanaggioto, sono corsi intorno constatando che avevano iniziato colresecarne alcuni, su altri avevano infierito sulle radici ed affogati in unacolata di cemento, altri ancora di averli potati a prezzemolo che èsconsigliato da chi della natura ne ha fatto una professione; insomma non èstato un bel vedere. Lanaggioto si chiede se i pini potevano essere salvatialzando, allargando il marciapiede ed agevolando i passanti con degli scivoli.Lanaggioto indignato di quanta stupidità ed arroganza, alberghi nella mente dichi amministra la cosa pubblica. Lanaggioto, non comprende questocomportamento.
La strage dei Pini della via Pola di San Giorgio,schierati oltre la strada, dice Lanaggioto, è una mancanza di rispetto dellanatura. La misura è colma, non è sostenibile che il denaro pubblico debbaservire per gestire un interesse privato.
Il marciapiede del locale Number one è rimasto glabo,e così il capriccio ed oltre fino alla biforcazione con la bretella di mare.Una strage portata a compimento nel solito, inequivocabile colpevole silenziodi una comunità affetta da cronica imbecillitàrnati sul marciapiede.

La gioventù studentesca ed operaia, accampata sotto ilpino di piazza Ravel, oltre a cercare di mettere a buon frutto la loro presenzasul territorio, tentava di evadere e rallegrare la serata noiosa, osando unascrupolosa indagine sulle forme delle ragazze del calendario trafugato dallaparete della sala da barba di Jack Salmeri. Le dispute su calcio e ciclismo nontrovavano uno sbocco e s’impigliavano nel fanatismo, fino alla’alba. Le giornate più fredde, richiedevano qualcosa di diverso ed allora cantando asquarciagola, a passo di marcia si raggiungeva il bivio con la strada statale,si lanciava qualche pietra alla lampadina sotto la coppa con il braccio che sidondolava al palo; un modo di stizza per rimediare all’offesa degli Squamani.Il ritorno sotto il pino, carichi di spavalda euforia, isitgava all’accensionedi un fuoco se non era stato lasciato da Nino La Rosa e Nino Tannarita e conun colpo di genio equestre, il prato in prossimità del pino, si animava di unospettacolo scintillante. Il fuoco alimentato con rami d’ulivo, cassette delpesce non riutilizzabili ed altro materiale combustibile, all’improvvisoscansando i pensieri acquosi, l’aria intorno, con un nitrito di cavallo incalore, subiva una immediata e veloce elettrizzazione. Un’impennataparossistica, incitava alcuni a ravvivare il fuoco, altri a correre aperdifiato nell’immondezzaio e recuperare le bombolette spray che Jack avevaconsumate sulla testa dei clienti. I ricercatori più fortunati, con due o trenelle mani, strette con cupidigia, senza tema di offrine qualcuna a chi eraritornato senza, in un attimo le lanciavano nelle fiamme innescando una seried’esplosioni spettacolari. I fermagli ed i chiodi che servivano a tenere unitele strisce di cassetta, i resti dei legnetti non ancora divenuti cenere, sottol’urto d’aria sprigionato dal gas residuo delle bombolette, creava una pioggiaincandescente, che scendendo cadeva a fiori di fuoco sul pino, e Ciccino dettoCaliffo, rapito l’ha paragonato all’albero di Natale.
L’allegria, però aveva una breve durata e per noncontinuare a scontrarsi e bisticciare su stupide dispute per ammazzare la noia,al colmo dell’insofferenza, mortificati, umiliati dalla corporazione degliSquamani, si determinarono a costituire un Circolo con lo statuto diricreativo, sportivo e Culturale.
La civiltà, attraversava il villaggio senza toccarlo.La cultura non concedeva benefici alla comunità di pescatori.
Il pensiero predominante negli abitanti, era quello dievitare che si rompessero gli equilibri in modo che ognuno continuasse adusufruire delle briciole di dignità.
L’ingresso nella scuola elementare del maestroLeonetto di Patti, in sostituzione della maestra Consolo, collocata inpensione, aveva costituito un affronto per Mario, il figlio maggiore dellamaestra Caleca che mirava ad occupare quel posto. La funzione della madre,direttrice della scuola, fu ritenuta insufficiente e durante lo svolgimento diuna festa, nei locali dell’Azione Cattolica, fu indotto ad aggredirlofisicamente. L’incapacità della madre a fare rispettare il suo diritto diautoctono gli bruciava a tal punto di lanciarsi a pugni chiusi contro l’intrusosotto gli sguardi dei presenti.
Il maestro Leonetto, seppure con moglie, figli ed annidiversi, evitò lo scontro e di farsi itimorire ed occupò la cattedra. Il corsoscolastico con le sue innovazioni ne trasse beneficio ed anche il borgo respiròuna ventata d’aria pulita.
Lanaggioto, con la sua curiosità innata, la voglia diconoscenza, approfittò del cambiamento e con l’aiuto del maestro Leonetto,riuscì ad uscire dal classico recinto dell’ordinamento scolastico che stabilivaclassi specifiche per ogni appartenenza sociale.
Lanaggioto, insomma acquisì una visione più apertadella società, più civile e democratica, in contrapposizione allo statosoporoso del villaggio.
Lanaggioto, dunque si fece artefice del rinnovamentoorganizzando incontri e manifestazioni. Le lapidi di marmo appese sulla destrae la sinistra della porta d’ingresso del posto di telefonia pubblica in piazzaRavel, rischiavano di perdere il nome, cognome e grado. Le lettere di bronzo,l’uno dopo l’altro si staccavano dal marmo e precipitavano a terra. Lanaggioto,intendeva mettere sotto gli occhi della gente frettolosa, il degrado nel qualeera tenuta la memoria dei morti della patria. La manifestazione, ebbe ilrisultato di spingere le forze politiche, in occasione delle elezioni comunali,di condurre in piazza, la scolaresca delle elementari. I maestri ed i candidati,sempre gli stessi da più legislature, non dissero dei principi, del senso dellapatria., insomma la storia non faceva parte del loro bagaglio culturale. Lelettere delle lapidi, in effetti non subirono alcuna manutenzione ed andaronoin malora. L’obbrobrio che le rappresenta in sul parto, ne è l’espressione piùsudicia che questi eroi abbiano raccolto dagli amministratori della comunità.Un articolo sul mancato rispetto del diritto alla salute, all’igiene ed allaviabilità, scritto dal’lanaggioto, incappò nelle ire del potere ed il fogliodel supplemento del Corriene di Messina, con un bliz abusivo, fu sequestratodai Carabinieri dimentichi che hanno giurato fedeltà alla Costituzione e non aiGoverni.
La libertà d’espressione calpestata, non suscitò alcunallarme. La vela, il foglio locale rimase senza una parola. La coscienzadell’educatore era stata nascosta nel magazzino con l’immondizia accumulatanegli anni.
La costituzione e l’esistenza del CircoloRicreativo Sportivo Culturale, dunque era considerata dal’lanaggioto unfondamento per la convivenza e lo sviluppo dei ragazzi del villaggio dipescatori, insomma un buon esempio per la verità e la democrazia. Lanaggioto edi soliti quattro portatori di sani principi per il bene comune, dunque con in manoqualche idea coraggiosa, innescarono la bella idea e coinvolsero i più riottosia farne parte in un’unione che resantava l’imposizione. Il calcio ne fu laleva, la squadra richiedeva un impegno finanziario che ogni volta, aracimolarlo non era facile e diventava sempre più difficile e mortificante. Lasoluzione per non dipendere dalla benevolenza della gente e dei familiari, eraquella di offrire qualcosa in cambio e da questo scaturì il pensiero di creareuna compagnia teatrale e sopperire con gli incassi alla mancanza di risorse perl’equipaggiamento ed i viaggi, senza tralasciare il divertimento e lasoddisfazione della recita ed addirittura il coinvolgimento delle ragazze.L’idea era bellissima, magnifica, stupenda ma non semplice da realizzare, dunqueera necessario un forte impegno di ognuno. La memoria riportava a guerre edivisioni. Gli Squamani erano portatori di discordie, divisioni e se una,qualsiasi decisone, capitava che dovesse passare per loro mani, potevadefinirsi morta in partezza, dunque era obbligatoria una vigilanza assolutanella scelta delle persone. La base fondamentale per partire, era ilreperimento dei locali per la sede. Lanaggioto e Giorgio Puglia, s’incaricaronodi andare a parlare con il parroco don Antonio Sferruzza. I locali dell’exAzione Cattolica nei quali ci avevano bazzicato per anni, nei periodi di unitàsociale e secondo la convenienza dei rappresentanti degli Squamani, erano ilmassimo che si potesse ottenere, dunque era richiesta ai due una forza diconvinzione della bontà dell’idea e della fermezza delle persone. Larichiesta a don Antonio Sferruzza doveva avere i crismi della serietà ed unacompatta responsabilità. Il permesso di usufruire dei locali della sede dell’exAzione Cattolica, seppure ben visti dal Sacerdote, non era affatto scontato.
Gli Squamani erano gli esecutori territoriali; molteaggregazioni sportive, manifestazioni si erano concluse tristemente. La festadel Santo Patrono, dipendeva dalla loro volontà, disponibilità. L’appannaggioera chiuso nelle loro mani.
Lanaggioto e Giorgio con alle spalle i compagni chescalpitavano, pur di ottenerne la concessione, erano disposti a mettersi inginocchio, quindi bussarono al portoncino e salirono le scale guardando in cimapreoccupati.
Il borgo doveva una risposta a questi ragazzi. Ilbisogno di un’aggregazione sociale e culturale era coinvolgente. La politicadoveva restarne fuori. Gli uomini se ne appropriano abusivamente perraggiungere il potere; si vendono perfino la dignità pregando nella casa del Signore.
Il circolo, dunque doveva essere libero da questagabbia, con il diritto di nascere e crescere con le proprie forze, senza alcunapastoia.
Il parroco, don Antonio, li accolse e li ascoltò conaffetto misurato.
La testardaggine di Giorgio, era una garanzia;l’irruenza, la parte più colorita della sua personalità. L’interesse per lacomunità era preminente. Lanaggioto era un ragazzo di belle speranze; ragazzinoaveva il cipiglio dell’adulto e non si tirava indietro di fronte a qualsiasidifficoltà. Lanaggioto era un tutore integerrimo delle regole nell’interessecomune. Lanaggioto e Giorgio erano un connubio agguerrito. La benedizione e ladisponibilità di Padre Antonio Sferruzza era fondamentale e la sua protezionealtrettanto efficace per evitare l’ingerenza degli Squamani. I provocatori perimpedire il sorgere e lo sviluppo dell’iniziativa erano già al lavoro e sisentivano.
Il Parroco don Antonio Sferruzza, ascoltò conattenzione Giorgio e Lanaggioto e con un sorriso lieve, disse di volersi fidareancora una volta di loro, sperando che onorassero l’impegno assunto e difrequentare la chiesa.

IL CIRCOLORICREATIVO SPORTIVO CULTURALE

I locali dell’ex Azione Cattolica, dunque furono lasede del circolo ed ebbero in uso, oltre la metà del pia no terra, il restorimase in appannaggio alle spose del signore ove svolgevano l’attività di asiloinfantile e catechesi.
Il circolo quindi, preso possesso della sede, si riunìper eleggere la dirigenza ed il presidente. Le riunioni per la designazione delpresidente, si erano protratte per diverse settimane nei locali della scuolaelementare. La sera che la moglie del maestro Leonetto, impartiva loro lalezione di musica teorica, in una pausa, si appartavano nel corridoio emettevano a confronto le loro opinioni mettendo sotto la lente di ognuno, ivari candidati. I ragazzi secernevano i più affidabili e disponibili e nelcompendio degli uni e degli altri in una medesima persona, alla fine, nelturbinìo delle proposte con l’una o l’altra componente, mancante, si presentò eprese vigore, il nome del maestro Angelo Accordino. Gli Squamani, invero sierano messi all’opera per disfarre l’iniziativa, dunque anche se il maestroAngelo Accordino suscitava dubbi ed apprensione nel’lanaggioto, risultaval’unica persona più aderente alla loro richiesta. Le persone che loconoscevano, dicevano che le doti di affabulatore non gli mancavano, i beneinformati, che aveva esperienza di recitazione, che il teatro gli eracongeniale e questo gli conferì una forza decisiva, dunque era una risorsa.
Lanaggioto non conosceva il maestro Angelo Accordino.La sorella Anna lo nominava per averlo quale insegnante alla scuola elementare.Il postino gli comunicava la sua esistenza scambiando il destinatario dellemissive seguendo il cognome, senza rapportare, via e nome.
I racconti dei coetanei lo collocavano al suocero achiarimento dell’appartenenza. Il protagonista, insomma era il suoceroche appariva sulla soglia della casupola dell’orto oltre la via Nazario Sauro,con una coperta a quadri vaiopinti sulle spalle. I ragazzi passando nei pressidiretti verso il Brigantino, lo chiamavano credendo di poterlo giuocare.L’uomo, li inseguiva, lanciando loro sfide all’arma bianca. Lanaggioto, inseguito alla frequentazione del Brigantino, lo conobbe instaurando un simpaticorapporto ed un giorno provò perfino, la sua mitica astuzia battagliera in unasimpatica sfida a mani nude.
Il maestro Angelo Accordino, aveva la residenza infondo al villaggio, sulla sponda destra del torrente di Magaro che attraversatolosi proseguiva verso il pollaio di Nino Currò e petralonga.
Lanaggioto, in seguito gli venne in mente di averlovisto mentre scendeva dall’auto ed entrava nella rivendita di tabacchi di PippoCicirello a comprare il giornale quotidiano, la gazzetta del sud esuccessivamente per l’abbattimento della filiera di pioppi frangivento. Lacostruzione di un enorme muro in cemento sostituì gli alberi, evidentemente nonsi sentiva sufficientemente protetto, dalla tramontana che proveniente daCalavà e petralonga, gli sbatteva sulla casa. Il maestro Angelo Accordino nonfrequentava il borgo, transitava con l’auto per andare a scuola, insommaha seguito soporosamente, l’indirizzo sociale dell’Amministrazione comunale,tentando varie candidature con esito negativo, per farne parte.

Il foglio giornalistico La Vela, esposto al muro dellapostazione telefonica pubblica di piazza Ravel, dal biancore, nel cambio allabacheca accanto al pino, assunse il colore giallo. La manipolazione dellastoria marinara del villaggio di pescatori, insomma percorreva vie sotterranee.La considerazione che questa Presidenza potesse esaltarlo, farsi pubblicità espingerlo alla conquista dello scanno politico, dunque mise in agitazione iragazzi e soprattutto Lanaggioto.
La compagnia teatrale con la sua cultura ed ilvantaggio economico derivante, era un allettante fiore del circolo, dunquelanaggioto accettò la sua nomina. Il circolo aveva bisogno del suoservizio, lasciare andare quest’opportunità, avrebbe avuto un effetto negativosul progetto. Il suo acquisto era utile, adesso però serviva tenerlo sottocontrollo ed impedirgli di creare divisioni. Lanaggioto, insomma non è statoastioso ed anche se con molte riserve, scelse il lato migliore per il circolo,dunque fu preso appuntamento con il notaio. Il maestro Angelo Accordino, inveroaccompagnò con molto impegno e sacrificio, il gruppo teatrale e diede unimpulso alla frequentazione di maschi e femmine che restavano lontano.L’abitudine di andare in chiesa e ritornare a casa era una penalizzazione,adesso si parlavano, scherzavano, ed intrattenevano rapporti più intimi. I lorospettacoli con Musco, Pirandello, Verga, richiamavano molto pubblico. Gliincassi andavano a gonfie vele e la squadra di calcio ne utilizzava le risorseconcessele con imprese che riempivano il borgo di orgoglio. Il circolo, con lesue inizative, era un richiamo, un punto di riferimento per i villaggirivieraschi e di montagna, insomma il villaggio di San Giorgio,cominciava a riprendersi l’influenza che un giorno esercitava e che il comunedi gioiosa Marea gli aveva sottratto manu militare. Il successo aveva domato ocosì sembrava, il maestro attuando i principi dello statuto. I soci fondatoriconoscevano le sue debolezze e gli mpedivano qualsiasi azione contraria. IlCircolo, si era trasformato in una realtà culturale e sportiva concreta,radicata nel tessuto sociale del villaggio di San giorgio. l borgo, non offreopportunità di lavoro e dunque raggiunta l’età la maggioranza dei ragazzi siassunse la propria responsabilità. Il servizio militare gli ordinò la partenzaed il lavoro li disperse. Lanaggioto detto Dutturi per via degli occhiali,Vincenzo Zampino, Santino Pittari detto Buzzu, Ciccino Pittari detto Califfo,Nino Russo detto stu..stu..dio Bat ed alcuni altri, insomma migrarono.

IL BRIGANTINO

Lanaggioto, ritornato a casa in congedo dal serviziomilitare in condizioni fisiche e psicologiche, diciamo non eccellenti, insommadebilitato, in breve, con le spremute d’arance calde e ben zuccherate, di nonnaSanta, si mise in piedi ed una mattina, cercando di recuperare la gioiache gli si era rattrappita nelle guance, scese sulla spiaggia a rinnovare ilrito al mare e proseguì per la battigia raccogliendo pietruzze di vari colori,levigate dall’acqua. Lanaggioto camminava e con le pietruzze in mano, osservava le onde che si distendevano l’una sopra l’altra fino a riva ev’immergeva la mente in quella magìa che l’aveva ammaestrato negli anni. Lospirito del guerrieo era debole e camminando zoppicava. L’orizzonte chetratteneva sospese le isole, lo incitava a lottare, a sorridere e riprendere ilcammino interrotto. Il passo recuperava energia e continuava sollevato versopetralonga ed ecco che ad un tratto, alza la testa e s’accorge che sull’arenilesi svolge attività lavorativa.
Il Professore Ennio Salvo, Pippo suo fratello, Nino,Filippo Currò e qualun altro, stavano rassettando una spianata dicemento.
L’arenile fra il torrente di Magaro e petralonga,all’inizio del pollaio di Nino Currò, stava accogliendo le fondamenta per lacostruzione di un Bar-Ristorante-sala di ballo.
Lo scrittore Ennio Salvo D’Andria, insomma su unozoccolo in muratura, nel rispetto dell’ambiente e della natura, vi eresse unastruttura in legno che chiamò Brigantino.
Mister Ciccio Brunone di professione cuoco, vecchioamico del Professore Ennio Salvo, emigrato in Scozia, venuto in vacanza, con lasua cucina e la musica di Beatles e Rolling Stones, accese il locale facendoesplodere l’estate.
Il Brigantino, ogni sera era in festa, la gente viaccorreva gioiosa ritrovandosi a chiacchierare in amicizia e leggerezza,mangiare e ballare fin sotto l’alba.

Il villaggio di San Giorgio, dunque si svegliò dalsonno dei giusti imparentati e divenne un luogo di turisti.
La Baronessa Calcagno,accanto al Cancinnittu, sotto la ferrovia, in seguito costruì ilristorante La Pinetacon annesso spazio aperto per il ballo. La via pola fu un fiorire dilocali Bar - gelateria, tavole calde e ristoranti. Il villaggio dipescaotri, insomma si avviava a trasformarsi in un centro turistico e siattrezzò, sistemandosi nel garage, liberando qualche stanza in casa, perl’accoglienza di turisti e vacanzieri.
Il Brigantino con la bandiera tricolore issatanell’angolo sopra l’insegna del Bar, richiamava l’attenzione dei viaggiatori intransito sulla statale. Il Professore Ennio Salvo D’andria seduto sullapoltrona di vimini ne salottino con le spalle al mare, giuocava con i gattiniChinotto e Tamarindo accovacciati sulle ginocchia, conversava con gli amici e qualcunolo rimproverava che le sue idee, avevano partorito comunisti. Gli avventorioccasionali di passaggio sulla statale, incuriositi si fermavano, onoravano lacunina e decantavano le bellezza, la quiete del luogo e chiedevano dei quadriesposti sulle pareti del locale. Carlo, il fratello del Professore, suonavaalla pianola l’opera 47 e Black, il cane bastardo, di stazza robusta, nero constrisce bianche sul muso e sulle orecchie, seduto sulle zampe posteriori el’occhio destro semichiuso, lo ascoltava sonnecchiando sulla soglia d’ingressodella terrazza che s’affacciava sul mare. Il Professore aveva cresciuto aSammezzano, Franco, il figlio più grande di Carlo ed ora accolto nel locale lafamiglia. La moglie in cucina ed il figlio Nuccio a bighellonare.Lanaggioto, privandosi dei risparmi che gli regalava nonna Santa, riuscì adestrarlo dalla casa circondariale di Patti nella quale era rinchiuso pertruffa, ed ebbe il coraggio di insudiciare le ultime volontà del fratello,incendiando la baracca a fianco del Brigantino, che il Professore avevalasciato a Santino, insomma l’indifferenza dei fratelli era giustificataed ha generato ciarpame.
Lanaggioto, con l’alba che avanzava ed usciva dallanotte, terminato il lavoro di cameriere nel locale, s’avviava verso casaaccompagnato da Black. Il cane gli camminava a fianco proteggendolo dainumerosi cani randagi che abitavano il parto. Un esercito a quattro zampe,imprevedibile e con robuste mascelle che gli uomini usano per scommesse e trucedivertimento. La sua presenza, con la grinta a fior di muso, manteneva a debitadistanza, i suoi simili sciolti da vincoli e lo rasserenava.
Una sera che lo scirocco passeggiava sulla terrazzadel Brigantino e s’aggirava sornione sulla spiaggia ed intorno, accompagnandoper mano gli avventori a cena e gli ospiti a bere e conversare, una voce rauca,ieratica, sequestrò il caldo nei bicchieri di vetro, zittì i commenti suMichele Sindona, il Banchiere fedele servitore di monsignor Pullano, Vescovo diPatti, fondatore della Banca di Messina e che rese industriale la città,scomparso dai suoi domini e ricercato. Lanaggioto, sorpreso si girò a vederechi fosse l’uomo che criticava il servizio. Lanaggioto, si dedicava al serviziodei tavoliin collaborazione con il fratello Santino. L’abitudine dichiacchierare e scherzare con i convenuti, alla critica indecorosa, s’arrestòquasi senza fiato. Il guerriero ch’era in sonno, si mise in allerta slacciandoil fodero delle armi pronto per lanciarsi all’assalto dell’intruso maleducato.Lanaggioto, comunque ammorbidita dalle note della musica, avvertì qualcosa diaccidioso, e si trattenne intendendo comprendere e girato lo sguardo, videCiccino Cicirello detto Mocu, avvinghiato alla spalliera della sedia.L’arroganza accomunava Ciccino Cicirello alla corporazione degliSquamani. La memoria lo ritraeva con il padre e non avendo altredistrazioni per recuperare l’equilibrio che la città gli aveva tolto, cercavaun’occasione di vendetta. Il ritorno nel villaggio in vacanza dalla città dellavoro, riserva un abbraccio, nell’incontro con i compaesani,dunque il secondogenito di Carmelo, lo classificò un rigurgito. Gli anni nonsono riusciti ad insegnargli che i diritti appartengono a tutti, che il dirittonon è deleterio, fa parte del dovere e la rivalsa è la cattiva luce dellacoscienza.
Lanaggioto, insomma decise che non era meritevole diuna risposta e soddisfece la sua esigenza.
Qualche settimana dopo, in occasione dell’uscita dellibro del Professore Giuseppe Alibrandi La testa del Dragone edito dallaPungitopo di Marina di Patti, ciccino Mocu, rinvenne da sotto i pini circuendoi tavoli del Bar Capriccio e si scatenò con una critica bavosa e Lanaggiotoebbe la misura del suo valore.
Il male indugia l’uomo in un portamento innaturale seil pasto della storia risulta indigesto e Ciccino Cicirello, per perdonarsiavrebbe bisogno che un miracolo si verificasse all’insaputa della ragione.

L’OFFERTA DELLACITTA’

Lanaggioto, con la stagione estiva che si allontanavaoltre i monti e lasciava il buio a misurarsi con il mare, anziché parcheggiarsiall’Università sulle spalle dei genitori e fossilizzarsi nel villaggiosemideserto, insomma insofferente a bighellonare, stanco di partecipare aconcorsi superaffollati, aspettare l’ora di pranzo e cena della mamma, hachiuso libri e curricula nel vano inferiore della credenza di nonna Santa e conun pugno di sogni in tasca, ha lasciato il villaggio.
Lanaggioto ha l’imbarco alle cinque del mattino. Lastazione di San giorgio è disabilitata. Il sorvegliante con gli occhi gonfi eduna lanterna in mano, costeggiando i binari, ritorna dal semaforo lentamente.
Il treno passeggeri ha le caratteristiche di un mezzoper il trasporto di animali. Il costone di rocca bianca nascosto l’ultimoscorcio del borgo, lo ha lasciato con il collo allungato sul finestrino e lasperanza a guardarsi le mani.
La città ha l’attività per soddisfare i bisogni,concede l’opportunità di ritagliarsi uno spazio nella società. Il lavoro è unmezzo per sentirsi utile e crearsi su questa terra un soggiorno stabile esoddisfacente.
Lanaggioto, dunque con negli occhi le onde azzurre, laspiaggia con la sabbia di granelli colorati, si è messo in cammino per metterea frutto i suoi studi, soddisfare i bisogni e le aspirazioni. La città con la supponenzae lo strapotere, in realtà arruolò Lanaggioto a combattere una guerra senzaquartiere e la sopravvivenza sopraffece ogni altro desiderio.
La città è bella e la sofferenza si confondenelle luci. I cittadini ne hanno fatto l’abitudine, appaiono tranquilli. Ilproblema cova sotto lasfalto e se si perde il rispetto di se stessi, sipotrebbero commettere le più insane e tumultuose azioni. Se per caso il bubbonescoppia, lo stupore attraversa la città per qualche minuto ed i governanti parche si accorgano che il serpente circola indisturbato.
Il Tempio con l’antenna in mano, nega con violenza chela città è in guerra ed accusa di calunnia e sabotaggio, chi asseriscel’incontrario. La battaglia è in corso e Lanaggioto ha l’urgenza ditrasformarsi in guerriero e difendersi dal nemico. Ogni giorno è costretto adallenarsi per debellare l’ingenuità, la fiducia negli altri, per fare frontealla mancanza di aggressività. Morte tua vita mea è il motto e Lanaggioto nonha alcuna intenzione di darsi per vinto. Ha le mani doloranti, scorticate,ferite ma non si arrende. Il bottino è la conquista di un’esistenza libera egratificante. La sconfitta è il ritorno nella casa dei genitori. Il villaggiopuò attendere, ci andrà in vacanza e non certo con la nomèa di disetrore.Lanaggioto, ha subito vessazioni, combattuto sopraffazioni, ha evitatotrappole, ha percorso ripide ed oscure strade, scalato alte gradinate, si ènascosto in palazzi transennati ma non si èpiegato. La sconfitta lo hatallonato togliendogli il sonno ed il sorriso. Lo sconforto l’ha indotto apensare che il marciapiede sarebbe stato il suo domicilio. Ha calzatoaddirittura una maschera bianca per confondere la morte e con le ossa dellafaccia, gli organi e l’anima martoriata, ha incontrato i cittadini randagi chepopolano la città. La geometria del marciapiede lo conduce agli scalini dellachiesa del Carmelo. Una donna con una creatura in braccia attende che un’animabuona gli lasci un’offerta. Le lezioni di catechismo, l’esempio in famiglia gliritornano in mente e sorride. Lanaggioto per non mettersi a fuoco dallavergogna, con la mano legata al fianco destro, accelera lievemente il passo econtinua il viaggio. La gente è allegra, sorride e passeggia, guarda levetrine, qualcuno esce dalla rivendita di tabacchi. Lanaggioto entra ed escedalla fila di giovani, adulti, maschi e femmine ed ad un tratto è acchiappatoda uno spazio vuoto. La confusione lo ha lasciato solo ed ha paura. Lanaggiotocammina in cerca della luce, qualcuno s’avvicina, s’allontana, un altro lotallona, un altro non sa dove andare, lo evita. L’indifferenza è un male chemangia l’energia nel silenzio assoluto. Il marciapiede è ampio e nel mezzo, unuomo con la barba bionda, incolta, con le mani giunte, sta in ginocchio sufogli di cartone, un cane semiaddormentato gli fa compagnia di fianco. Ilpastore tedesco, con occhio apparentemente distratto, gli controlla il piattodelle offerte. Un attore, si dice Lanaggioto e sorridendo prosegue. Nei pressidella chiesa di San Giacomo, una moto di grossa cilindrata entra nella traversaa velocità elevata, pare che faccia strike con i paletti che delimitano lastrada dai negozi, riprende l’equilibrio e nessuno è offeso. Lanaggiotoincontra lo spirito di Armando, il compagno di scuola che per festeggiare ilconseguimento del diploma di ragioniere, prende in prestito da un amicola moto per un giro. Il pedale striscia con spavalderia il marciapiede e rovinasbattendo la testa. Le candele ed i fiori lo hanno festeggiato accompagnandoloal cimitero. Un saluto e scivola nel fumo della sigaretta che oltrepassa laspalla destra. Una ragazza minuta, seduta all’indiana, con le spalle allavetrina illuminata di un negozio d’abbigliamento per bambini, incollata a deifogli di cartone, strimpella sulle corde di una chiatarra classica e con un fildi voce canta una nenia. Lanaggioto lascia i randaggi sparsi per la città e conle gambe stanche, alza la testa e cerca d’acchiappare la luna con i versi deipasserotti e dei cardellini, della gazza ladra e salta sul dorso di un’acquiladi passaggio. Il Santo padrone conduce alla disperazione e su ogni minutoincombe il rischio di commettere un reato, di essere ricoverato in un repartopsichiatrico. Lo straccio di un lavoro precario è un mancato rispetto deidiritti. Il dispensatore di lavoro sfugge alla legge. La busta paga, ha unritardo insopportabile, alla firma è decurtata e non hai che accettare odandare in strada. La casta, che sia azionaria od altro, è stata allevata nelprofitto ed i lavoratori sono lattine a perdere, i loro diritti rifiuti nocivi.Il loro modo è meno rude ma la forza dell’arroganza con l’ingordigia è presenteed a secondo dei periodi la distanza si allunga e si accorcia a fisarmonica ecomunque esprime un principio di disuguaglianza.

L’APPRODO
Lanaggioto, con gli anni rotti, aggiustati, moltomalandati, abbagliato con offerte di capi di visone e sigarette dicontrabbando, di feste nella città vecchia al seguito della Santa, di guadagniallettanti, ha vinto la sua battaglia, ha acquisito una certa serenità,uno spazio di libertà.
Il percorso è stato molto difficoltoso, la lotta èstata impari, minacciata con colpi di scimitarra e spari. Una gara diresistenza, la mortificazione dell’intelligenza. Lanaggiato non è cadutonell’imboscata, comunque la dignità è rimasta scossa.
Lanaggioto, dunque con alcuni giorni di risposo intasca, uscì dalla statale 114, varcò il bivio per San Giorgio ed entrò in unterritorio paradisiaco. Il clima si vestì al bello e cambiato dalle scarpe alcappello. Gli anni, oltre venti, in un decimo di secondo rifiorirono eLanaggioto si sentì bellissimo. Il male della cità si sciolse nelle gocce disalsedine che una brezza leggera, con lievi spruzzi, spingeva dagli scoglisemisommersi della Gargana, liberandolo quasi per intero da ogni pastoia,legame che lo trattenevano in città.
Lanaggioto, tolti i vestiti duri, grintosi, arrogantidella città, scende in aqcua e nuota, affonda nelle alghe, entra nelle grottenaturali e plana sulla sabbia bianca. Le castagnole lo circondano ed a velocitàspasmodica, lo liberano delle scorie solleticandogli i fianchi, pulendo con lemorbide labbra, ogni quadratino di pelle, facemdogli assumere un sembiante chein natura è difficile confezionare. Il movimento natatorio è leggero ed armonioso.Lanaggioto, scivola sul tappeto morbido di sabbia bianca. La pinna nobilis, chesi erge dalla sabbia è tenera e fascinosa, si dondola nel flusso della correntee lo guarda con grazia. Lanaggioto gli si avvicina con un sorriso disteso, siadagia al suo fianco e l’osserva danzare. Il porto nel quale è approdatoè un grande cortile tappezzato di fiori e di fauna luminosa. La gioia gli haaperto il cancello, entra nel mare del borgo di San Giorgio e ritrova ilcoraggio della dignità.


L’ANCORA NELGIARDINO DI CASA
Lanaggioto dopo un lungo e largo giro è approdatonella città di Milazzo ove risiede e lavora quale Tecnico Sanitario diRadiologia Medica presso il locale Presidio Ospedaliero. La città rinomata perla fiorente agricoltura e la coltivazione dei gelsomini, per scanzare ladisoccupazione e l’emigrazione, ha contrabbandato l’industria del profumo e delturismo, con la raffinazione degli idrocarburi e la produzione di energia,ricavando un inquinamento mostruoso che dal sottosuolo arriva alle stelle.L’impresa politica cittadina, alla stregua di altre comunità rivierasche, èimpegnata a costruire porticcioli privati, fontane pacchiane ed imbastirelavori per parhceggi e strade, continuarli a singhiozzo, recintarle con striscecolorate, intasando la viabilità e lasciare alle intemperie l’onere dicompletarle dichiarando sui cartelloni elettorali di avere mantenuto lapromessa ed accetta senza condizioni i fumi, le polveri nocive, i residui deiprodotti industriali, abbandonando la pulizia della villa comunale tanto chegli insetti, le zanzare tigri ne hanno preso posssesso e gli abitanti che vi sirifugiano, i bambini che giuocano, rischiano di uscrine spregiati. Leblatte, dell’ampio marciapiede, addirittura hanno formato un tappetoorripilante. L’Ospedale che detrmina la salute e decreta l’onorabilità dellacittà, è lasciato in mano ad altri che ne disegnano l’attività, la lineaorganizzativa e gestionale che non garantisce il futuro della popolazione,. IlSindaco, si proclama governatore del Fare ed organizza notti bianchenell’odore nauseabondo di enormi montagne di spazzatura, sperperando denaropubblico ed appesantendo oltre la salubrità, la viabilità cittadina. L’impresapolitica, manipola, corrompe, insomma ha il modus operandi dei lestofanti. Leindagini epidemiologiche hanno una lunga gestazione e se varcano la sogliadella luce, sono alterate da una vecchia strumentazione. Il viaggio con lepolveri nocive è una ineluttabile corruzione polmonare. I malati terminalidell’amianto della SACELIT, nell’indifferenza istituzionale, covano la speranzache almeno ai familiari resti il respiro. Le donne aggredite dai veleni, abortiscono o mettono alla luce creature malformate e perfino i vigili adirigere il traffico, sottoposti all’inalazione di polveri sottili, hannofatto della chemio, una disciplina all’ordine del giorno.
La salute non è un animale che mangia per fame èun’industria che per ingordigia, inghiotte pazienti e famiglie.
L’impresa politica ha creato Manager, Medici chesfruttano la la malattia del paziente per gonfiare il portafogli, ha scacciatol’anima, ha intrufolato le mani nella struttura pubblica e si è eretta aPadrone costruendo comparaggi e profitti, sfruttando le risorse derivate inmodo privato, minaccia e mortifica le professionalità costringendo icollaboratori a misurarsi con strutture obsolete, sistemi elettronicisorpassati, malfuzionanti, di continuo s’interrompono e restanoinutilizzabili a tempo indeterminato, prefigurando contratti di indubbiointeresse collettivo. I luoghi di lavoro sono carenti dei più elementariprincipi d’igiene e soggetti a sbalzi di temperatura che colpiscono strumenti,operatori e minano la precaria salute dei pazienti. Gli operatori tecnici edinfermieristici, inoltre hanno a scontrarsi con l’arroganza di alcuni medici ela maleducazione di altri. I Primari inquadrati nell’ottica Aziendale, rivoltial profitto personale, non tutelano il rispetto del lavoro e della persona,erogano un servizio insufficiente costringendo i cittadini a rivolgersi allostudio raccomandato con il portafogli in mano.
Lanaggioto è provato, gli hanno rubato l’amore per laprofessione e seppure non si arrende, l’insoddisfazione gli taglia le gambe. Ledenuncue non hanno efficacia e le ispezioni sono annunciate con largo anticipo,pilotate hanno il risultato di spreco di carta.
Lanaggioto, inoltre è costretto a combattere unabattaglia quotidiana con l’orologio timbratore aspettando con il cartellino inmano che scatti l’ora esatta per evitare che si ritrovi nel riepilogo, a recuperareuna montagna di minuti anche se ha anticipato l’entrata all’incontrario dialcuni che non ci sono e con la compiacenza di altri, risultano presenti.
Il minuto non trascorre, l’attesa è stressante edaggravata da una insana richiesta quotidiana del Medico Nefrologo Sapensale.
Il Medico, arde dal desiderio di mettere un’ancoradella tonnara di San Giorgio, nel giardino di casa. Le ancore delmillequattrocento fornite dalle fonderie Inglesi, sono un reperto prestigioso.Lanaggioto è conscio che questa società ha nell’apparire la sua ragioned’esistere e non si meraviglia della richiesta. La bretella che corre lungo ilmargine del prato e la spiaggia, ha ospitato Palischermi, galleggianti ancoreed attrezzi della tonnara di San Giorgio che la speculazione ha tratto fuoridai depositi per mettere in atto e portare a termine il proprio progetto. Lebarche ed i palischermi, semisepolti dalla sabbia, coperti di erbe e spine, invia di decomposizione sono state date in pasto alle fiamme. I legni rimasti, lacrimanolo scempio. I galleggianti, alcuni attrezzi e le ancore, sono stati trafugatied abbelliscono le ville con piscina, in collina. I resti scampati aglisciacalli, raccolti, sono stati ingabbiati in una rete di plastica e lasciati adecantare sul prato, sotto le alte mura della cattolica.
La richiesta di un Museo della Tonnara avanzata inillo tempore dal’Lanaggioto ed altri, che la tonnara con le barche, ipalischermi e l’attrezzatura, ancora custoditi nei magazzini, non haattecchito. Gli amministratori ed i compaesani, hanno preferito giuocare amosca cieca e non ha raccolto interesse né firme ed ha lasciato lasperanza che alcuni se ne potessero approfittare.
Lanaggioto, non è custode, né responsabile vendite etanto meno politico, dunque non ha alcun titolo sulle ancore della tonnara diSan Giorgio, è soltanto il portatore di una profonda indignazione per chiha permesso questa vergogna.
Lanaggioto non è un professore, è un autodidatta. Lascuola l’ha lasciato insoddisfatto però è convinto che la storia è la radicedella civiltà. Lanaggioto lotterà a che la meoria della tonnara non vadaperduta anche a rischio di essere apostrofato con l’epiteto diarteriosclerotico e si rammarica che le nuove generazioni ritengano che ilpassato sia un peso insopportabile.
Gli abitanti di San Giorgio, chiusi a coltivare ilproprio orto non si sono accorti che il villaggio è caduto in mani insane ed èmorto.
Una filiera di costruzioni a cuccia di cane adibite acivile abitazione è stata innestata nella vecchia struttura delle case nuove, aridosso della scarpata della rete ferroviaria.
Gli abitanti di San Giorgio, preferiscono passeggiarea testa bassa e le mani dietro la schiena co n la vergogna che gli fuoriescedalle tasche per non veder chi gli passa vicino. La domenica va in chiesa, siconfessa e ritorna a scambiare quattro chiacchiere sotto il pino di piazzaRavel, con l’indifferenza del riso e delle parole, continuando nella solitapostura.
Il Dr. Sapensale, è informato del saccheggio e cercal’aggancio per entrare in possesso dell’ancora per il giardino di casa.
Lanaggioto è stanco, mortificato ed ad un tratto glisalta sulla bocca una provocazione. L’estate è agli sgoccioli, gli dice, lasera scende presto ed i turisti sono partiti, vada a San Giorgio con il Suvfornito di carrello e prenda il suo trofeo. Questa è la sua occasione, puòsopperire alle braccia di sei, otto tonnaroti con una pala meccanica, vedrà chenon se accorgerà nessuno e se puta caso qualcuno dovesse passare nellevicinanze, stia tranquillo, non la disturberà, ha gli occhi ma non vede.




LA BARCA A VELA

La città di Milazzo dista da San Giorgio circa ventiminuti, mezz’ora d’autostrada ed una domenica, con i panni stesi al sole e conla speranza che l’inquilina del quinto piano non li rilavasse con l’acqua deisuoi, lanaggioto, ha preso l’auto e si è messo in marcia verso ilvillaggio di pescatori.
Il borgo marinaro di San Giorgio è la memoria dellasua infanzia, il luogo nel quale ritrova la speranza per non cedere il passo.Il villaggio ha l’ossigeno che gli manca e secondo la libertà che gli lascia ilservizio, salta in auto e corre a fare visita agli anziani genitori.


La barca a vela che il collega Salvo Manciagli, gli hadipinto con i colori dell’alba, nel tentativo di allontanare la tristezzache gli camminava a fianco, lo saluta dalla parete accosto alla portad’ingresso e sull’autostrada, già sente il profumo di casa.
Lanaggioto, posteggia l’auto accosto l’orto delnespolo e dell’arancio all’angolo con la via zara, saluta il padre che sulmarciapiede s’ostina ad imbastire le rizzelle, le reti per la pescasottocosta, per i figli che al rientro, arraffano i pesci più pregiati elo lasciano sotto il sole, a pulire la barca ed i mestieri, lo invita a nonperderci il respiro ed entra in casa a salutare la mamma che s’affanna intornoai fornelli per il pranzo.
La rivendita di tabacchi di Giuseppe Cicirello, sullavia pola angolo con vico Brindisi, è il suo punto di riferimento.
Lanaggioto, fa visita a Giuseppe, va a salutare ilmare e ritorna a scambiare quattro chiacchiere ed anche se non ne ha bisognocompra le sigarette.
La rivendita, è un luogo di frequentazione e dunquegli offre l’opportunità d’incontrare qualche conoscente, qualche coetaneo invisita od in ferie.
Il villaggio di San Giorgio, si è perduto nelle facceche l’hanno colonizzato, nello sviluppo caotico e speculativo, nel saccheggiodel territorio.
La Spedilitica,questo connubio di politica ed affari, entrato in possesso della Baronia, haoccupato il territorio e con l’arroganza dell’impunibile, ha sradicato ulivetied agrumeti, la vigna, ha reso le strade, i confini naturali indistinguibili,ha cancellato gli orti ed i pozzi che governavano la quotidianità dellefamiglie, ha applicato criteri indecenti per le costruzioni dele case. Laspeculazione si è spinta oltre la ferrovia e la statale, sbancando le colline,riempiendo le vallate di asfalto e cemento. La speculazione, insomma hadevastato il territorio nel silenzio della legge e di chi è preposto ai controllipublici, rendendo pericolosa la viabilità e la connessione dei cittadini.
Il villaggio di pescatori, con l’alba chenasceva, ha accolto nel suo territorio, con la leggera allegria che licaratterizza, un cavallo con la borsa della posta a tracolla che distribuivasantini e con la faccia abbronzata, propinava agli abitanti di San Giorgio unmiscuglio miracoloso di erbe della valle del Saleck, raccolte dalla madre,imbottigliate e commercializzate con l’ausilio della confraternita delle SpineSante.
Il cavallo dipinto d’azzurro ha uno sguardopenetrante, scarpette di serpente agli zoccoli ed è fornito di grosse mascelle.Il cavallo è nato nella contrada dell’Acqua Santa, allevato nella stalla dellachiesa locale, ha cavalcato la bontà di padre Rocco.
Il cavallo con il santino e la pozione miracolosa inmano, dichiarava di operare per il bene pubblico, nell’interesse dellacomunità, dunque è accettato dagli abitanti di San giorgio e reso potente tantoche la Confraternitàlo ha premiato conferendogli in prima istanza, la licenza di scuola mediainferiore ed in seguito, il diploma di Geometra per meglio operarenell’impresa.
La Spedilita,dunque alloggiò nello studio, il cognato appena diplomato geometra e la cuginaa segretaria ed ingabbiò, pescatori e contadini acquisendo la proprietà delborgo e della collina. I lavoratori, con molti mesi di ritardo e sotto ilricatto del licenziamento, sorbendosi improperi e minacce, percepivano unsalario dimezzato, magiando con il silenzio sulle labbra.
Gli appartamenti erano venduti sulla carta previoversamento di un anticipo sulla parola che veniva sistematicamente sconfessato.La data della consegna dell’immobile si protraeva perfino di anni, con il mutuoa pagare, veniva tacitato con ulteriori cambiali a garanzia che scontati inblocco, senza tenere conto di quanto concordato, costringevanogli acquirenti,per non subire l’onta del protesto, a farvi fronte in qualunque modo, ingoiandoil rospo, insomma vessati, sottoposti a mille gabelle, non vedevano il momentodi uscire da quel vortice infernale. La consegna dell’appartamento, conil calvario alle spalle, contava una ulteriore, incresciosa mancanza. Gliappartamenti situati ai pini fuori terra, mancavano della scala d’accesso enaturalmente si sfiorava la tragedia.
La contrada dell’acqua Santa aveva allevato quelcavallo con amore, sin da bambino trafficava con i santini, un giuocoinnocente, mangiava qualunque erba, certo ben presto si confezionò unacirconferenza considerevole. Gli uccelli, il giorno che trotterellò verso ilmare, evitarono gli alberi del luogo e volarono sulle montagne, le lucertole edi serpenti si alzarono di ben tre spanne al rumore degli zoccoli, fuggivanoquasi volando per evitare di essere calpestati. I Toponi, lo seguirono cantandoe ballando.
I tonni della mattanza, ora che la tonnara era statamandata al macero, erano gli abitanti. La mancanza di rispetto degli uomini edel territorio, della bellezza della natura, non ha indignato alcuno. Gliabitanti di San Giorgio continuavano a camminare nella traccia antica, senzadistaccarsi di un metro quadrato dal vecchio sentiero, insomma la corda alcollo gli si è incollata tanto che non è più un ornamento, ma una parteintegrante del corpo.
Lanaggioto, era insofferente ai confini del villaggiodi San Giorgio, l’orizzonte gli stava stretto, insomma aveva la necessità dicamminare e confrontarsi con la società. Un viaggio in cerca di lavoro,un inseguimento amoroso, una scorribanda in città, di ritorno, conobbel’animale nella Rivendita di Tabacchi di Giuseppe Cicirello e per scherzogli disse che cercava residenza nel villaggio, e se puta caso potesseaiuitarlo.
Il cavallo, con il piglio del padrone, gli rispose chenon gliel’avrebbe mai concessa. I suoi precedenti, non lo raccomandavano.
Lanaggioto, al seguito del compagno Carmelo Mobilia, ariempimento della lista, alle lezioni comunali, si era candidato nel partitocomunista, dunque era relegato negli indesiderabili.
Lanaggioto, era vocato nell’idea della politica. Lacostruzione di una società per il soddisfacimento dei bisogni delle personeconcordava con il suo pensiero. La realtà della politica, all’incontrarioperseguiva il soddisfacimento degli interessi personali e dunque cozzava con ilsuo impegno. Lanaggioto proclamava che i diritti ed i doveri appartengono atutti, i privilegi a pochi. L’impegno sociale di ogni individuo, è di sostenrela comunità a lenire le sue necessità. Ognuno partecipa secondo la propriadisponibilità, la ricompensa è di avere lavorato nell’interesse di tutti.Lanaggioto respinge, la voce che ordina, gli sa di aria viziata e dunquenon dispone di lucidità.
L’esperienza accumulata a seguito della gioventùAclista, lo ha segnato e non intende ricaderci. L’ordine di rientrare nelcortile, abbandonare l’azione in corso per sollevare le persone dai bisogni piùelementari, per il rischio di essere dihcirati faziosi, gli spezzò la schiena,dunque decise di non impegnarsi in organizzazioni o partiti. Gli ordini sonouna sopraffazione sdella libertà dell’individuo. La criticità del rischio nonautorizza l’interruzione dell’azione, la soluzione è ricercare uno strumentoche non tradisca il principio. La lotta per il raggiungimento del benesseredella comunità, non è una corsa per sedersi in poltrona. I coetanei che gridavanoe non si esponevano, alzavano la bandiera sul vialone per farsi notare,verificare la popolarità, è una una passione macchiata, indirizzata alconseguimento del benessere personale. Lanaggioto, dunque ha deciso dicoltivare la sua idea camminando a fianco delle perosne. La faziosità è unamancanza di dignità, il timore dell’individuo di essere scoperto con le maninella patta. Ogni pensiero è personale, esprime la propria cultura e le personeche vogliono imporre agli altri, il proprio, sono integralisti e mancano dellaciviltà della democrazia. Lanaggioto, coltiva il diritto degli altri.
Lanaggioto, dunque il compagno candidato, approfittòdell’occasione e dal balcone del palazzo della posta, richiamò i compaesani cheascoltavano in piazza Ravel, di munirsi del coraggio che gli era venuto meno ecomunque di rispettare gli altri. Il discorso fu molto applaudito, di controgli risposero che non potevano votarlo perché comunista.
Lanaggioto non se ne meravigliò ed il giorno doposaltò sul treno e riprese il suo vagabondaggio.
Lanaggioto, dunque ebbe la misura del cervellodell’animale e con spontaneità, con sarcasmo ed un sorriso beffardo, s’inchinòchiamandolo Onorevole e s’avviò verso la spiaggia, il mare. Il cavalloOnorevole, lo inseguiva con il potere nelle mani. Lanaggioto acceleravail passo e lo additava agli alti pini, agli oleandri, alle gazze ladre cheavevano colonizzato la pineta richiamati dai cassonetti strasbordanti dispazzatura, con ISSO, secondo l’espressione di disprezzo che usava il padreverso i lestofanti.
Lanaggioto, chiama l’animale, Onorevole perdistinguerlo dagli altri e dai lavoratori.
Questa specie è diventa incombente nel panoramapolitico. La popolazione dei villaggi e delle città non ha più libertà discelta, è indotta all’accettazione del male minore. La comunità, insomma si èarresa al malaffare, lasciandosi stuprare nel silenzio del peccato.
Lanaggioto, comunque reputa degradante che le personesi offrano ad osannarlo ritenendolo addirittura un uomo inviato dal Signore.
Lanaggioto conosce il male e non vuole che altri neabbiano a soffrire e nell’impotenza s’indigna.
Lanaggioto, ritornando a San Giorgio, è pervaso daldisagio, si sente fuori casa e cerca rifugio nella rivendita a scambiarequattro chiacchiere con l’amico Giuseppe.
Gli avvenimenti locali si associano in modo burlescoall’informazione dei giornali che nel cestello mostrano la loro valenza. Ilgiuoco della schedina del lotto, comunque sopravanza ogni altra speranza.
L’apertura della domenica mattina, è molto trafficatae Giuseppe ha già i capelli a chiodo per lo stress. La moglie è impegnata incasa con l’anziana madre e dunque Giuseppe non ha lo spazio per fare unapasseggiata sulla spiaggia. Lanaggioto non demorde, spera che la moglie,accudita la madre, scenda e lo metta in libertà. Lanaggioto, dunque col passosulla soglia e la sigaretta in mano, inspirando ed espirando, lancia la cenereprodotta, in strada con un colpo secco del dito che sorpassa a malapena iltappetino d’ingresso per la pulizia delle scarpe ed usato in modo distratto esporadico dagli avventori, che immancabilmente finisce sul terrazzino, con losguardo, esplora la strada, lo spazio intorno in modo superficiale e rientra adaspettare un’improbabile disponibilità di Giuseppe.
La notizia gli perviene dal cugino Gioacchino dettoCunnuruni, figlio di Turi, fratello di nonna Santa, con un intercalare disoffi di naso e tirate di gola e gli è confermata da Nunzio Nigro dettoRidolini, in un’incomprensibile suono per l’intervento di tracheotomia.
Il fratello più grande, Franco ha litigato conFrancesca che è la primogenita delle tre figlie.
Il Bar Capriccio, con le carte in mano, è stato ilteatro della rissa e non è stato di certo edificante né per l’uno che l’altra.
La separazione consensuale dalla moglie, loobbliga mensilmente, a versare alle figlie gli alimenti. Franco non ottemperaai suoi doveri, rimanda, adduce pretesti, giustificazioni inattendibili,indotto dalla compagna, di molti anni più giovane. La moglie con la pensione fafatica a mandarle all’università.
Lanaggioto, mortificato, cercando di nascondere larabbia che gli arruffa i radi capelli, si disse che l’aria malata di Milazzo,aveva attraversato il mare e raggiunto il borgo di San Giorgio.
Lanaggioto, azzarda una diagnosi e dichiara ilfratello neurologicamente offeso, colpito da una sindroma post traumatica,sebbene l’apparenza non lo evidenzi. Franco, insomma ha perso con la lucidità,la dignità di uomo e padre. Lanaggioto, dunque prevede che dovrà scendere inguerra.
Il fratello, ha lasciato moglie e figlie per ascenderein un sogno celestiale ed è caduto preda di una femmina canina. La donna, èfiglia di un ambiente innaturale, ha il cervello malsano, strazia le personecon mazzi di ortica e fa scempio delle famiglie, dunque non gode dirispetto. Il comportamento che la guida, è di una cattiveri inaudita, hatentato di travolgere con l’auto, sulle strisce pedonali, Anna la sorellaminore del’lanaggioto, insomma ha infestato il borgo lanciando ingiurie ignominiose.La paura che il padre potesse averne nocumento, mise in allarme Lanaggioto. Lacardiopatia, l’insufficienza respiratoria, la sofferenza diabetica che loaffliggevano, rischiavano di aggravare le condizioni di salute. Franco chiamatoalle proprie responsabilità, ha minacciato la forza su Concettina ed haperfino abbozzato un tentativo sulla madre. Il Maresciallo dei Carabinieri checonosceva Franco persona seria e dignitosa, costernato per la situazione èstato costretto a diffidarlo.
La memoria dell’uomo rispettoso, difensore dellalegge, del professionista meticoloso, è per gli amici un confuso ricordo esbalorditi serrano i denti, incollano le labbra l’uno all’altro e proseguono.
Lanaggioto, insomma si rese conto che la vico Brindisisi era trasformata in una fogna a cielo aperto ed allora, saluta l’amico edesce dirigendosi verso il mare. Ha il bisogno prepotente di sentire il suoprofumo ed attraversa la pineta. Una lunga fila di oleandri, delimita labretella rotabile, creatasi ai tempi della costruzione con massicciata, dellastrada principale e recinta la pineta. La strada secondaria, è coperta da unsottile strato d’asfalto, un manto a perdere, è buia ed irregolare, controllatadalla luce lunare e soprattutto dalle candele della Raffineria di Milazzo checon i fumi della sua attività che scarica nell’aria, cambia l’oscurità eveicola zollette di catrame che assieme alle pietruzze di pomice delle isole,si riversano sulla spiaggia.
Il senso di prudenza che abitualmente conserva, gli èsfuggito dalla nuca ed a causa del groviglio di rami che invadono il marginedella strada, ha rischiato di essere travolto da un’auto in transito. Il vuotominaccioso che l’aria gli aveva creato, all’ultimo istante riprese coscienza.Un riflesso rimasto indietro, l’ha allertato e gli ha trattenuto il passo nelviottolo aperto negli oleandri e sfocia in strada. Il bisogno di smaltire lanotizia, l’aveva smarrito finoa piegarlo a metà. Il controllo del malessere glirichiese un enorme energia, recuperò le redini del cavallo inbizzarrito edattraversò la strada. Gli anni maturati, si schiacciavano l’un con l’altrocreando un rumore infernale ed allora scavò una buca in prossimità delcespuglio di canne a guardia del pozzo del depuratore che ingabbiato in unarobusta rete metallica nasconde la sua inefficienza, li sigillò con erbe espine secche che coprono lo schienale dell’arenile spingendo sui calcagni,corse fin sulla battigia. La forza del mare, il movimento delle onde gliattenuò la lotta, piegò le ginocchia sulla sabbia e con lo sguardo rivolto allaMadonna del Tindari, respirò a pieni polmoni e riportò il guerriero nellaragione. Le barche da diporto, la barcuzza, lo riempirono di coccole ed in untripudio di gioia, la notizia si sciolse in un episodio normale che atraversaquotidianamente la gente.
Un fischio leggero, ad un tratto penetrò l’ariaazzurra e scese dal cielo e pronunciò il suo nome. La nonna Santa, loprese in braccio, gli adagiò la testa sulla fadetta e lo cullò.
La nonna, alta nella casacca nera, i capelli argenteiraccolti sulla nuca gestiva con mano materna la casa, gli amici. La traversavico Brindisi, era un luogo pulito, senza insetti e senza un’erba selvaggia. Lacrescita proseguiva con armonia e non presentava complicazione nei sessi, la serasulla spiaggia l’innocenza si librava nei volteggi separando il grano dallapula, l’infanzia corse serene.

La stazione ferroviaria con i treni inpartenza per ildottore, per l’emigrazione, in transito, dettarono il ritmo della giornata. Iltempo batteva la sveglia sui binari, le ore scorrevano con curiosità. Lapioggia, il vento, la scuola, l’estate, le vacanze, accompagnavanolanaggioto al mare. Le barche in secca, qualcuna all’ancora che incoraggiatadall’acqua cercava di liberarsi dagli ormeggi, una barcuzza a pesca con lelenze a traino, era l’incontro in piazza con gli amici. Il motopeschereccio che si confondeva nei giuochi di luce creati dai raggi del solesull’acqua, lo eccitavano, stringeva gli occhi e gli si avvicinavaarrotolandosi nei cerchi informi, bianchi, lucicanti che gli caricava la mentee vi saltava a bordo. Lanaggioto si caricava di energia e con un saltoprodigioso, saltaba da una barca all’altra della tonnara che si dondolavasull’acqua. I tonnaroti, addossati alle murate con la lenza in mano in attesadel tocco del tonno, lo salutavano togliendosi il basco, gli offrivano unafetta di pane ed un sorso d’acqua a garganella dal foro scavato nel petto delbummulennu, dunque li lasciava alle loro incombenze e si allontanava con l’intentodi circumnavigare le isole eolie fino a quella più lontana della quale nonricorda il nome. Lanaggioto, ritornato a terra, correva a mezza costa dove leancore della tonnara stavano a dimora con le braccia ricurve e le mani atriangolo infossate nell’arenile. L’aria leggera sprigionava allegria ed iversi degli uccelli si rincorrevano nel profumo del mare. L’umanità ha perso lasalubrità della natura e si contorce nelle soatnze sintetiche.
Lanaggioto, dunuqe raggiunta petralonga ritornòindietro, preoccato per l’instabilità precaria del guerriero, calpestòl’arenile che aveva ospitato il Brigantino, attraversò il torrente di Magaro,la casa del maestro Angelo Accordino, sulla sponda sinistra, protetta con unorribile muro, salutò l’ultima residenza del Professore Ennio Salvo D’Andria,osservò i Murales che abbellivano la muraglia con qualche barcuzza abbandonataai piedi, con stracci, rifiuti, elettrodomestici ed altro per compagnia,costeggiò il nuovo rettangolo di calcio in terra battuta, recintato, con laluce artificiale, spogliatoi e docce che nelle dichiarazioni del trascinatoreaccreditato, avrebbe dovuto creare una scuola e rinverdire gli antichi fasti,dunque entrò nel braccio che sbocca nella via Andrea Doria a fianco dellacattolica, lanciò uno sguardo verso la Proloco che si fregia di cimili della tonnara,cercò senza un onorevole risultato, un angolo libero sul terrazzino delBar dello Sport di Turinnu Currò detto Bracco, allungò lo sguardo verso illocale di via Nazario Sauro nel tentativo di scorgere e salutare il titolare,dunque si accese una sigaretta e riprese il viaggio di ritorno con l’ansia chelo attanagliava. Un pensiero aggrovigliato, sulla strada di mare, ad un trattogli lanciò lo sguardo sulla spiaggia, s’accorse dell’arroganza delle barche dadiporto chiamate dal padre bagnarole, che con un pieno di benzina, con le lenzea traino, si sentivano autorizzati a navigare senza sosta e senza rispetto perle regole di pesca, incrociando e passando con spavalderia, sugli attrezzi deglialtri, dunque con lo sconforto sulle spalle, riprese gli anni che avevadeposti nella sabbia, ed a testa china, trattenendo i passi che tendevano avacillare, fece ritorno nella case dei genitori. L’ora di pranzo lo accolse conla tavola imbandita, prese posto a consumare il cibo che la mamma aveva portatoin tavola ed all’incontrario dell’abitudine, di mangiare lentamente, s’afrettòsenza gustare gli spaghetti col sugo di totani e le rondelle fritte con lepatatine, che gli piacevano tanto. La notizia del fratello, gli rovinò anche ilpranzo, dunque mortificato con lo stomaco appesantito, addusse una scusa diservizio, si alzò, salutò i genitori ed alla chetichella, salì in auto, mise inmoto, con cautela rotolò lungo vico Brindisi, svoltò in via Pola, lanciòun’occhiata furtiva alla saracinesca chiusa della rivendita di Giuseppe es’avviò verso l’autostrada.

IL RITORNO AMILAZZO

L’auto Innocenti 650 che aveva comprato di secondamano, in seguito, aveva manifestato un problema di pressione, la temperaturasaliva vertiginosamente. I vari meccanici ed elettrauti che vi avevanolavorato, hanno assicurato un buon risultato ed apparentemente per qualchetempo, il problema non si era manifestato.
La pompa, nel viaggio di ritorno verso Milazzo, andòin sofferenza costringendolo a fermarsi più volte. Il pervcorso, insomma non fumolto agevole, dunque la tensione accumulatasi lo sfinì nel fisico e nellamente.
Il rientro in casa, gli risultò salutare, controllò lostimolo del vomito e gli lasciò il tempo di mettere la caffettiera sul fornellopiccolo del gas a fuoco basso, di lavarsi i denti e rientrare incucina a bere il caffè.
Lanaggioto, dunque accese la televisione, si distesesul divano, che lo accolse con circospezione. La sigaretta nella mano destra edil libro di P. Kolosimo, Ombre sulle stelle nella mano sinistra, dovevanotrasportarlo in una realtà diversa, e quindi quietarlo. Il sonno ch’era inagguato, lo sorprese e rischiò di andare a fuoco se il medio e l’indice,scottatesi, non l’avessero richiamato in tempo, alla realtà e lo convinsero aduscire di casa. Il collega Pippo e gli amici, Salvatore, Pippo e Benito,sembrava che lo attendessero all’ombra dei Ficus benjamin che delimitano lapiazza alle spalle del Banco di Sicilia e nella quale è sito il Bar Dama chesforna pesche alla crema di insana bontà. L’accoglienza gioiosa degli amici ela loro leggerezza di burloni, ebbe l’efficacia di liberarlo dell’orpello delfratello, dunque raggiunse la luce dei lampioni. Il forno con salumeria, diritorno verso casa, lo fornì di panini e mortadella, dunque completò con mezzabirra una cena coi baffi. Un programma televisivo barboso, gli sollecitò ilsonno e con i passetti frettolosi del cagnolino dell’anziano ed accidiosoinquilino del piano di sopra, anadò a coricarsi nel letto matrimoniale cheaveva recuperato con qualche altro mobile, dalla travagliata separazionematrimoniale. Il recupero non è stato facile. L’isterica follia della moglieseparata, non gli concedeva alcuna opportunità. Il collega Giovanni Cambria conla ditta traslochi di Loreto Falletta riuscì con pazienza ed abnegazione atrasportarli a Milazzo. Loreto gli ha concesso la sua amicizia el’infortunio sul lavoro che l’ha costretto sulla sedia a rotelle, è stato unodi quegli eventi che travolgono la ragione ed inducono a dire che la bontà èuna debolezza.

LA FESTA DEL SANTO PATRONO

Il Maestro Angelo Accordino, ad un certo punto, con isoci Fondatori del C.R.S.C. ormai lontani, emigrati, si sentì libero, dunquecolse l’occasione e mise in atto la paventata divisione. Le regole del Circolo,evidentemente gli restringevano l’orizzonte e si staccò creando l’ALTERNATIVA.
Lanaggioto, ha tentato di traghettare le stagioni conil verso semplice degli animali che liberi volano nel cielo, ha colto un fioreed ha ringraziato l’amore. Lanaggioto è un guerriero e sebbene gli sia statoraccomandato di stare tranquillo, ha seguito il sentiero di famiglia. Ognigiorno si è inventato un approccio al lavoro, l’esperienza non l’ha piegato edha continuato con orgoglio il suo viaggio. Lanaggioto, è consapevole che ilcoraggio della verità è un danno, dunque gli risulta faticoso chiamare il Santocon la lingua della bestia e camminarci a fianco.
Il villaggio di San Giorgio è un giardino malcurato,stuprato, comunque rimane la sua casa.
La Spedilitica,questo connubbio di speculazione edilizia e politica, ha condotto la societàalla frantumazione. L’illegalità cancella l’identità dei cittadini, alcuni siadeguano e sfruttano la disgregazione, altri soccombono.
La legge della Spedilitica annulla il principio dellalegge uguale per tutti e distrugge la società civile. La forza dell’animaleregolerà la comvivenza con gli altri.
Questa società ha elevato la propaganza a valoreculturale e la faccia dipinta per giuoco a carnevale con un turacciolo disughero bruciato, è un prete negro da offendere e respingere.
Il Circolo costituito con amore e sofferenza, avevaperso l’intonaco ed il cortile era invaso di erbacce. Le porte e le finestre,private della luce avevano perduto l’espressione gioiosa che li caratterizzava.
Lanaggioto non si capacitava che un uomo potessemandare in frantumi, per privilegi derivanti dalla politica, il sogno di unagenerazione di ragazzi, la cultura, uno spazio di libertà e con la nausea che glitoglieva il respirò, si sedette sul sedile di granito, si accese una sigarettaed a testa bassa tentò di esalare la rabbia.
La festa del Santo Patrono, denominata Estate in,quella sera, sui Palischermi della tonnara in secca ed appaiati dietro la portadel campo di calcio sotto la cattolica, adibiti a palcoscenico, ospitavanol’ALTERNATIVA del Maestro Angelo Accordino.


La festa del Santo Patrono, in tempi andati, sisvolgeva ogni qauttro, cinque anni quando la raccolta dei fondi era ritenutasufficiente ed era per i ragazzi, un sogno ad occhi aperti. Laprocessione del Santo in spalla, percorreva ogni strada e si fermava agliangoli delle case a conforto delle persone in tarda età ed in condizioni disofferenza. La sera scendeva in mare sulla barca più grande e le lampare laprecedevano e la seguivano per il percorso di andata e ritorno lungo la lineacostiera del borgo marinaro. La fantasia accendeva le menti e qualcuno,addirittura non si accorgeva di camminare sulle onde del mare a fianco dellelampare.
Il borgo di San Giorgio in estate era frequentato dauna classe variegata di turisti.
La compagnia teatrale dell’Alternativa del MaestroAngelo Accordino, con i ragazzi e le ragazze della scuola, con gli attori StefanoLa Rosa dettoCavaliere che svolgeva l’attività di muratore e Pippo Armenio detto Molena chestava a servizio degli Squamani, residui del circolo, spinti dalla passione peril teatro, avevano deciso di continuare l’avventura.
L’Alternativa, accompagnata da un successostraordinario, omaggiata dai giornali, aveva ottenuto l’ingaggio per la festa.Lanaggioto, con Pippo e la cognata, la seconda moglie e la sorella Concettina,nel voltarsi a salutare i cugini Canfora di Patti residenti in Veneto ed in toscana,l’invocazione dei tonnaroti per varare le barche con l’attrezzatura e calare latonnara, scese dal palco di Palischermi e lanaggioto si sentì pugnalato allespalle, sfilargli la guaina protettiva del cervello, bruciandolo dalla testa aipiedi. La tonnara aveva varato al grido del Santo Patrono di Gioiosa Marea.Lanaggioto sbalordito bisbigliò sulle labbra il nome di San Nicola, si disseche il Santo Patrono del villaggio è San Giorgio. La circolazione del sanguegli si fermò e le gambe gli divennero deboli e gli occhi con gli occhiali, glisi appannarono privandolo della visione.
Il Maestro Angelo Accordino, evidentemente dilaniatodai guardiani, osessionato dalla politica, ha reputato adeguato perdere ladignità ed in cambio ricevuere un gallo, la famiglia un merlo indiano.Lanaggioto, vide nuda l’anima della bestia ed avrebbe voluto salire sul palco,entare in scena e lavare quell’orripinate bestemmia, gridandogli Manipolatore ese per caso, nelle venute a San Giorgio, vede arrivare la sua alfa, evitad’incontrarlo, gli si rivolta lo stomaco e pensa che una persona ragionevole,il meno che possa fare, è cancellarlo dall’anagrafe.

IL CORAGGIO DEGLIALTRI

L’affabulatore con l’eloquenza delle parole è indubbioche attragga ed induca all’applauso.
Il teatro non può cambiare la verità della storia e sesi cerca di assoggettarla, soffia, scalcia e seppure sfiancata, si alza e correa gridare. La verità è una brutta bestia, e non esistono metodi peraffogarla, alla fine viene a galla. La storia non è un’opinione eppure è statasufficiente una raccolta di firme sollecitate dalla famiglia e da alcunemaestre elementari del comprensorio scolastico per indurre il comune di gioiosaMarea ad intestare il Museo della Tonnara sito nei locali della Proloco, al maestroAngelo Accordino, con la motivazione che con il suo teatro ha portato aconoscenza, la stroia marinara del borgo di San Giorgio.
Lanaggioto, dice indignato che è una sopraffazionemettere a guardia della storia dei pescatori del villaggio di pescatori, iltarlo che l’ha rosicata.
Il Museo della Tonnara di San Giorgio è patrimoniodegli uomini, dei pescatori che hanno scritto la storia marinara del borgo diSan Giorgio e si rivoltano nella tomba. Le parole del teatro del maestro AngeloAccordino sono vuote di verità e le nuove generazioni, hanno diritto diconoscere gli uomini che con le loro idee ed il coraggio delle loro azionihanno combattuto e vinto la proprietà ed il potere derivato che nella scala èancora più spietato.
Lanaggioto è un guerriero e considera l’intitolazionedel Museo al maestro Angelo Accordino, un atto osceno. I pescatori del borgo diSan Giorgio, con il loro coraggio hanno liberato un sogno di democrazia edhanno il diritto che vengano onorati.Il coraggio degli altri spaventa i debolie non può un mistificatore cancellare la storia.

LA SCUOLA DEL TURISMO

L’estate sfuggita alla primavera con il tepore dellegiornate e la delicatezza dei pomeriggi, galoppando a rotta di collo, spingevale persone in strada a passeggiare con il gelato in mano.
Lanaggioto, accompagnato il padre sulla spiaggia conl’attrezzatura per la pesca dei totani, l’aiutò a varare la barcuzza e loguardò allontanarsi.
La sera, con il cielo che si vestiva nel silenzio dicolori nascosti, emanava sul mare, un fascino che non gli permetteva di alzaregli occhi al cielo.
La città gli aveva tolto la serenità e trattenne nellemani, il coraggio del guerriero.
L’odore dei ristoranti, delle tavole calde, delleabitazioni in prossimità del lungomare, si espandeva sulla strada e raggiungevala spiaggia.
Lanaggioto, con la libertà ritrovò negli occhi, labellezza e con cautela, si mise a bighellonare e quasi per giuoco, senzaaccorgersene, raccolse un legnetto che gli si era appalesato sono il piedesinistro, un sacchetto di plastica, uno straccio a destra, insomma camminandoper l’arenile, prospiciente lo scarro della barcuzza, si ritrovò a fare frontead una montagnola di bottiglie e bidoncini, piatti di plastica ed altririfiuti. L’educazione di turisti e vacanzieri è umiliante, si portatno dietroquanto di più brutto hanno in città. L’amministrazione comunale, con il suocomportamento leggero, diseducativo ed arrogante, in sostanza è complice, è readell’uso del territorio a discarica pubblica. Un territorio mal gestito, noncurato, anzi resecato, con strade impossibili, non è addebbitabile alle personeoneste. Il saccheggio e l’occupazione del territorio è un attentato aicittadini. La speculazione che sotterra la natura è un atto di arroganzamafiosa. Le amministrazioni che hanno una concezione privatistica, personaledella gestione della cosa pubblica, sono lestofanti ed i cittadini cheaccettano l’illegalità, sono complici. Le autorità preposte al controllo cheoperano con una leggerezza spaventosa, configurano il reato di concussione edinducono i cittadini a pensare che non ci siano mani affidabili. La pioggia,che man mano scende sul cemento verso il mare, aumenta velocità e trovando lavia naturale sbarrata, distrugge muri e travolge case, uomini, donne, bambini edogni altra struttura, trasformandosi in una temepesta d’acqua. La strage si ècompiuta, gli amministratori hanno acquisito un titolo di merito, tanto nonsubiranno il rigore della legge. Il cittadino indagato, ricorre alla politica esi mette dal riparo da un’eventuale pena ed è ritenuto un cittadino allastregua degli altri. Il cittadino che occupa lo scanno parlamentare è chiamatoOnorevole ed ha una fedina penale più nera della pece. L’AmministrazioneGiudiziaria pare che abbia l’olfatto atrofizzato, percepisce un odore piùallettante, gli sfugge quello buono e se qualche altro Magistrato scoprel’altare, è classificato un velleitario, apostrofato con l’epiteto di coglionee dichiarato sprecone di denaro pubblico. Il legislatore, infatti ha svuotatola la legge della pena ed è reso impunibile. Il popolo che è sovrano, ha ilpotere di scegliere il suo rappresentante, ed allora eviti di segnare il nomedi sospettati, indagati, condannati e la politica, la legge, riacquisterà ilripsetto, invece ha imparato a dire che l’uno vale l’altro ed in segreto, sitiene il petulante in casa.
Lanaggioto, in piedi sulla spiaggia, a ridosso delloscarro della barcuzza del padre, osserva la fatica di Giuvanninu Custuleri,Nofiennu Russo e Sabaturennu Squadrito, a salire la scaletta di corda delmotopeschreccio di Accetta della marineria di Marina di Patti. Lanaggioto,nella sottile superbia di Giovanni Salmeri detto custuleri, nella mitezza diOnofrio Russo detto nofriennu ritornato dall’emigrazione, e nella lentezza diSalvatore Squadrito detto squadru, ravvide la rinuncia del coraggio che ilProfessore Ennio Salvo D’Andria aveva dato al borgo. Lanaggioto, seduto sullerizzelle ammonticchiate, coperte dal telone cerato con in faccia le isoleEolie, Capo milazzo, la rocca del Tindari, con la sigaretta in mano, cerca unasoluzione. Il fumo della sigaretta pare lo seguisse nella rabbia che montavaattorcigliandosi nell’aria, consigliandogli di dare fuoco alle scorie cittadinequando il pensiero gli fu sottratto e volto verso l’allegria. Un pescerondinella, saltò dall’acqua e gli cadde ai piedi. La sorpresa lo fecesorridere, dunque afferrò il pesce per la coda e s’avviò verso la casa deigenitori pensando che cotto in umido, con un pomodorino, sarebbe stata una cenadelicata.

IL TERRITORIO DIPETRALONGA

La spaziosa spiaggia, svuotata della ghiaia, è stataindebolita ed i granelli di sabbia, le pietruzze colorate, solleticati ai piedidai marosi, hanno ceduto ed è stata sconvolta dalle mareggiate.
Il Brigantino, alla morte dello scrittore Ennio SalvoD’Andria, avvenuta nel 1975 per cancro alla gola, cadde in mano ai nipotiFranco e Nuccio, figli di Carlo che ingegnosamente, pensarono di avvolgerlo perintero nella muratura, provocando il collasso del terreno di sabbia e permessoalle correnti marine di penetrare e fare scempio dell’arenile, compresa lastrada.
Ennio Salvo D’Andria è sepolto nel cimitero di SanGiorgio in un loculo senza lapide e con il nome scritto a mano nel cemento.
Una muraglia di croci di cemento è stata calata inacqua a spezzare le correnti, concedendo salvaguardia e spazio alle costruzioniprivate e lidi balneari. La scienza degli Ingegneri incaricati, non ha previstoche la barriera in acqua, non riesce a fermare il cammino delle correnti,significa trasportare altrove l’erosione. Un intervento sulla spiaggia, lungola linea costiera, credo fosse più ingegnoso.
Il territorio di petralonga, sottostà al tracciatodella ferrovia e negli anni è stata la residenza di Maruzza e Nino Buttò che viallevarono quattro figli, in pari maschi e femmine.
La cessione del territorio occupato, a monte dellastrada che conduce a pietralonga, alle spalle dell’arenile sul quale insistevail Brigantino, a Nino Currò, li trasferì al borgo in una casa a piano terra asinistra della via Taranto e successivamente nel fabbricato ch’era stato puntodi vendita di Sale e Tabacchi, di Tindara Accordino, mamma di GiuseppeCicirello trasferitasi in via Pola angolo vico Brindisi. Il trasferimento alborgo, di Maruzza e Nino Buttò con i figli, abituati all’aria aperta con lalibertà di gridare, di correre fin sulla riva del mare, salire sugli alberi difico, mangiarne a piacimento i frutti saporiti, creò nei vicini e per lestrade, malessere ed intolleranza, li espose a critiche ed ingiurie. La bassastaura e la grassa figura di Maruzza, l’alta tonalità della voce abituata achiamare i figli, il marito, nel passaggio dei treni, nella furia del vento edei marosi sugli scogli, sulla battigia, si scontrò con il silenzio compressodei compaesani. La vista dei figli, soprattutto le ragazze che ne imitavano leforme e la camminata della madre ed il portamento dinoccolato del padre e deifigli maschi, e la litigiosità, li collocò in un recinto di animali da circo.La libertà gravava sulla loro condizione, a dirla in breve, venneroclassificati dai soliti scienziati civilizzati, in un ordine inferiore edadditati e derisi. Nino Currò, occupò casa e terra e creò il pollaio. Glianimali razzolavano a proprio agio, nella sabbia, sugli alberi di fico e laloro carne e le uova secernevano sapore e bontà. La costituzione della societàper la vendita di uova e pollame con l’amico Bettino, nel giro di pochi mesidivenne una realtà produttiva e le richieste fioccavano senza interruzione.
La macelleria situata a ridosso del ponte Provvidenzasul margine di destra del torrente, nello slargo della porta di ferro, ai piedidella scalinata di San Francesco nel comune di Patti, era presa letteralmented’assalto da privati cittadini e proprietari di girarrosti. La qualità delprodotto, rese famosa la macelleria.
Il lavoro stanca ed usura le persone, il giorno e lanotte in un continuum senza un riposo adeguato, entrano in collisione con ilnaturale svolgimento dell’esistenza ed ecco che ad un certo momento, NinoCurrò, con qualche disaccordo con il socio, si ritrovò con gli annirirrimedibilmente appesantiti. La visione che gli nacque negli occhi, gliriportò il coraggio che gli anni trascorsi gli avevano sottratto e si convinsedi riprendere la strada che fino a dallora aveva evitato di percorrere. Laposizione che aveva raggiunto era invidiabile e gli assicurava una solidaprotezione. Una donna provata dal dolore, una madre rimasta sola con unanumerosa prole, ha calzato i pantaloni e si è inventata il lavoro nei campi, lavenddita dei prodotti della terra e dell’allevamento, ha intrapreso il serviziodi trasporto dei braccianti e dell’edilizia, insomma il coraggio non gli vennemeno.
La famiglia che la donna gli offriva, non era unapasseggiata, comunque gli scansava la solitudine, gli ridava il sorriso, dunquela reputò allettante e vi confluì con la forza di un ragazzo che non ha badatoalla sua giovineza ed in età adulta ha trovato l’energia giusta per rifarsi diquanto perduto.
Nino Currò, dunque lasciò la striscia di sabbia dipetralonga nella quale galline e galletti, chiacchieravano e bisticciavanofinoa a notte fonda, i conigli che bisbigliavano accompagnati in sottofondo,dal respiro enfisematoso di Campisi che con lo scirocco, usciva dalla grottasotto la ferrovia e seminava zizzanìa sulla spiaggia e confluì nella famigliaNatoli. La vedova lo accolse con gioia e curando l’educazione e la cescita difigli e figlie scampati al rogo della casa nella quale erano periti altri duefratellini, seppe offrirgli una compagnia generosa e serena.
La Spedilitica, ilsistema speculativo della politica, non attendeva altro ed a guisa di unavvoltoio, occupò il territorio ed in barba a leggi e regolamenti, costruì inlungo ed in largo, in faccia al mare, sotto la strada ferrata, villini edagglomerati residenziali diversamente dichiarati, occupando il passaggio checonduce alla baia di petralonga, rendendo il territorio un enclave esclusivo,impenetrabile.
Lanaggioto, cercò di penetrarvi e rivedere petralonga,dunque s’addentrò e camminò su un serpente che si contorce spasmodicamente, conle mura delle abitazioni di vacanza sbarrati con cancelli, piante rampicanti,alberi esotici, archi e capitelli, perfino cani sciolti che il tracciato disabbia fine, di colore giallognolo, adibito ad uso privato è diffcilmentepercorribile, usufruibile dai comuni mortali.
Lanaggioto, dunque armò il guerriero e spada in restaviolò il blocco dichiarando che il passaggio e pubblico e raggiunse la lungapietra che dalla battigia scende in acqua ed era stata la sua barca.
Lanaggioto, con il timore o meglio con la tremendapaura che questi animali potessero minare le fondamenta del grande guerrieroimpietrito con la gamba destra avanti e la sinistra a trattenere lascarpata, nell’atto di saltare sulla pietra e tuffarsi in acqua perraggiungere la donna amata, chiamato a salvare la montagna sulla quale scorrela strada statale e mantenere aperta la bocca della galleria ove scorre laferrovia, ritornò indietro, meravigliato, di non sentire il lungo edenfisematoso respiro di Campisi, primigenio del territorio che nelle serate discirocco, riusciva perfino ad impaurire le coppiette in riva al mare e sbarcaresulle isole eolie con l’ultima corrente del mattino.La Spedilitica con moltaprobabilità era riuscito nell’intento di chiudergli la bocca ed imbavagliatol’aveva chiuso nella grotta che scende nelle viscere di Magaro.
Lanaggioto, cercò la voce del guerriero e con la manoa pugno chiuso lanciò un grido di bestia ferita, ordinando che il guerrierovenga messo in sicurezza, tutelata l’identità del luogo, che è patrimoniopubblico.

IL RAGAZZO INAFFANNO

Lanaggioto, rinviava il ritorno a San giorgio conl’intento di diminuire le probabilità d’incontrare il fratello e proteggersidal male.
Il ragazzo che gli stava dentro, comunque stava inaffanno a camminargli a fianco.
La bestia travestita da donna non poteva sbarrargli lastrada di San Giorgio e tenerlo aggrappato al telefono con la sorella ed igenitori.
Lanaggioto,un giorno che il servizio notturno non gliaveva creato eccessivo disagio, anziché andare in giro per le strade di Milazzocon gli amici a stuzzicare le ragazze che disegnavano musetti sulle guance deimaschietti, a giuocare con l’abbigliamento del cagnolino tenuto in braccio allaguida dell’auto o dei mastini napoletani finti accoccolati sulla soglia delnegozio alla moda, con un colpo secco, staccò la cornetta del telefono e conl’auto Innocenti 650, s’immise sull’autostrada e con l’acceleratore atavoletta, si diresse verso il borgo di San Giorgio.
Lanaggioto, non cercava la lite, coglieva nel fratellouna copiosa perdita di lucidità e la dignità colata ai piedi miseramente es’indignava.
Lanaggioto, negli anni della fanciullezza, avevaricevuto dal fratello, sicurezza e protezione, dunque confidava nellaconsapevolezza dell’unità di famiglia.
Lanaggioto, con i pantaloni corti, fisico gracile,basso di statura, gli occhiali da miope, era ritenuto dai coetanei, un peso enon lo chiamavano a giuocare al pallone, lo tenevano in disparte.
Lanaggioto, non si arrendeva, la caparbietà lospingeva a lottare e nella difficoltà Franco gli assicurava sicurezza. Laguerra ha significato se vinta, nel soccombere si perde altro valore e Francoaccorreva in difesa e vinceva, lo aiutava a scalare la poppa dei palischermi edunirsi agli altri che giuocavano a carte. Lanaggioto, inseguiva Franco cheirritato lo respingeva. Il gozzo della tonnara, trasportati i viveri aitonnaroti, era all’ancora con la cima legata a terra. I guardiani erano ritornatialla loggia e dunque il giuoco poteva cominciare. Il giuoco consisteva neltirare il gozzo a riva, spingerlo verso il largo e saltarvi a bordo. Il rischioche lanaggioto non riuscisse e fosse trascinato al largo, era concreto e Francogli proibiva di avvicinarsi. Lanaggioto, seppure minacciato, corse e non riuscìa saltare a bordo, restò aggrappato e rischiò di finire all’ancora e nonritornare indietro se Franco, il compagno del fratello, non si fosse accortodelle manine aggrappate sulla poppa e non lo avesse tirato a bordo.
Il rintocco delle campane dell’Ave Maria dettava ilritorno a casa. Il ritardo non era giustificabile e le cinghiate erano la penaritenuta più adeguata.
Franco resisteva in silenzio e lanaggioto riceveva ilconforto nelle mani di nonna Santa. Un fratello è compagnia, l’adolescenza èun’impraticabilità quotidiana ed il rischio di smarrisi è dietro l’angolo. Lacandela è ancora alta ed ad un tratto è spenta.
Il ragazzo, cammina in compagnia del peccato originalee del fattore di crescita, non si sente a proprio agio, la solitudine lospinge a perdersi e basta un momento che la coscienza non affiora e salta nellavelocità dell’aria per scoprire cosa può succedere. Lo sparo spezza il ritmodella musica nelle gambe, ha sopraffatto il canto. La tragedia è compiuta, lescorie hanno raggiunto il punto di saturazione el’aria del mattino in attesadell’ingresso a scuola si è gelata su Mirko.
Lanaggioto, con i fiori in mano, ha passeggiato afatica intorno al monumento ai caduti in piazza Marconi.
Ha raccattato sulle torri, le scorie prodottedall’industria e con l’arma del licenziamento, si è trascinato inun’altra dimensione.
Lanaggioto non ha il dono di sapere aspettare imiracoli, confida nella ragione e con Puccio e Franco, vestiti di felce, disole e di mare, a piedi nudi, ha scoperto un mondo non usato.
Il coraggio, gli ha mostrato la traccia della strada econ le mani nelle tasche del giubbotto di carta gialla, ha sconfitto il malestagionale che colpisce ogni generazione.
Lanaggioto, ha scoperto l’impotenza della democrazia,non ha imbracciato le armi, ha usato la civiltà della parola ed i diritticonquistati, sono evaporati.
La lotta per i diritti e la democrazia, non ha terminee non bisogna farsi spogliare delle batteglie e dei morti.
La cultura non è un tradimento, è l’esercizio dellagiustizia, un obbligo della civiltà, altrimenti la caverna inghiotte ilparadiso ed i fiori di luce, si svestono dei colori, costringendoti a camminarecon l’allarme in mano per la paura che il vicino sia un nemico.

UN NUOVO FRONTE
Carmelo Accordino, seppure in condizioni di saluteprecarie, ha bisogno di rendersi utile e dunque agisce con lo spirito di esserein possesso dei vent’anni, andando in sofferenza.
Ha cominciato a lavorare appena conquistata laposizione eretta, senza mettere al servizio di alcuno, la propria dignità.
L’usura del lavoro di braccia, i sacrifici e leprivazioni affinchè la famiglia conducesse una vita decorosa, gli hanno minatola salute e con l’età, le insufficienze con ricorsi a cure tampone, l’hannocostretto a ricovero d’urgenza nell’Ospedale di Patti. L’incapacità diautonomia, inchiodato con aghi e tubi, l’ha obbligato a dipendere daun’organizzazione Sanitaria e da un personale non sufficientemente rispettoso delmalato.
Carmelo Accordino, credeva d’avere superato le trinceedi ogni guerra, invece ha aperto un nuovo fronte. La degenza, si è trasformatain una lotta continua, costretto a ripiegare ha un peggioramento.
L’arroganza del Medico di turno, l’inefficienza dellacomponente infermieristica, ha condotto lanaggioto molto vicino alla lite.
La notizia che il fratello, infermiere professionalenonché Capo sala, ha eluso la presenza dell’ambulanza, non ha reagito alledifficoltà del padre, rimanendo seduto sulla sdraio a qualche metro didistanza dalla casa, hanno reso lanaggioto, oltremodo iracondo.
Lanaggioto, si sentì risucchiato nel sistema cittadinoche l’aveva arruolato a forza ove la civiltà è la società che grida, dunque conla preoccupazione che lo tirana per la mano, iniziò a prepararsi all’atto checonsiderava imminente.
Il guerriero, iniziò a sciogliersi della compagnia delSanto e si accinse ad oleare l’armatura. Lo stato d’allerta, indicava ilrischio dello scontro fisico con il fratello, era imnevitabile.
Le dimissioni dall’Ospedale ed il coma vigile delpadre, inchiodò la famiglia in attesa intorno al letto.
La morte lascia ogni cosa nelle mani dei viventi chenon trasportano il tempo, hanno il bisogno di approfittare della sofferenza conla farmacia locale che al costo delle bombole d’ossigeno sommò un inusualedeposito quotidiano.
La morte di Carmelo Accordino per isufficienza cardio– respiratoria, sollevò i familiari che impotenti affogavano nell’osservarlo.
La mancanza di un loculo nel cimitero di San Giorgioper il quale Carmelo Accordino aveva lottato contribuendo a farlo nascere,testimoniato da una targa posta con un ritardo di circa 50 anni, alla sinistradel cancello d’ingresso, avea esaurito ogni posto e non poteva accettarlo, obbligandoloa prendere la via del cimitero di Gioiosa Marea..
Un trasferimento inaccettabile, ineseguibile chel’intervento di Pippo e Santino, riuscirono a sventare chiamando in causa ilsindaco di Gioiosa Marea.
Il Sindaco, recuperò un accomodamento temporaneo nellacappella della famiglia Samperi fino a che la costruzione dei loculi inprogramma non fosse terminata, con l’impegno che il primo disponibile, avrebbeaccolto le spoglie di Carmelo Accordino, assummendosene il costo.
Carmelo Accordino, l’ ultimo degli Uomini del Comitatod’occupazione della terra sulla collina di San Giorgio per la costruzione delcimitero, dunque ha ottenuto la promessa che avrebbe avuto il suo posto perl’eterno riposo.
Carmelo Accordino, rimase ospite nella cappella dellaFamiglia Samperi, oltre il mandato del sindaco e nel secondo, affinchèscoppiasse il miracolo, è stato necessario l’intervento di un amico al qualenon poteva offrire un’altra promessa.
La collina occupata per la costruzione del cimitero diSan Giorgio da Ennio Salvo, Carmelo Accordino, Carmelo Cicirello, CiccioSpinella, Nino Danzì, Nicola Garito, Tindaro Agati, Scibilia Biagio e CanforaSalvatore e secondo quanto documentato di recente dal Professore GiuseppeAlibrandi, altri non dichiarati nella lapide, è stato occupato e trasformato inin Mausoleo, impinguando il Bilancio ed inducendo il sindaco a mancare allaparola.
Il loculo che accoglie Carmelo Accordino, a causadell’atezza, della ripidità della strada e della scala con la strutturainstabile, è ritenuto pericoloso.
Il rischio di precipitare è molto elevato, aggravatodalla sindrome vertiginosa con la quale lanaggioto, con la dipartita deivent’anni, s’accompagna ed impedisce alla Famiglia che si avvicinialla tomba per porvi un fiore.
L’acquisto di una scala a forbice con altezzaadeguabile, fornita di un automatismo equilibratore che compensi il dislivello,sarebbe un’opera degna di rispetto.
L’Assessore locale, Avvocato Salvatore Salmeri ribatteche il comine non ha il becco di un quattrino tanto che non riesce a comprarela lampada di un lampione rimasto senza luce.
Lanaggioto, non crede sia ragionevole che un uomocivle, debba farsi guerriero, armarsi e scendere in guerra affinchè ottenga ilrispetto dei diritti elementari. La possibilità di visitare il proprio padresenza pericolo, è un diritto che non ha bisogno di una guerra.
La politica che fa impresa con il denaro dei cittadinilavoratori, e considera la cura del territorio, dei bisogni delle persone,accessori della parola, è un amministratore pubblico elevatosi a padrone di unbene collettivo, appropriandosi indebitamente del mandato per il quale è statoeletto.
Lanaggioto, ritiene un traditore, il ResponsabilePubblicco che non svolge le funzioni secondo il mandato conferitogli. per L’effettoper il ripristino dei principi della legalità violata, è l’applicazioneautomatica di un sistema idoneo all’estromessissione dall’incarico.
Un servitore dello Stato che viola legalità perinteresse privato è perseguibile con rito immediato e spogliato dell’incarico edi quanto impropriamente acquisito fino all’ultimo centesimo e con il pagamentodei danni e conl a galera senza la possibilità che gli possa venire applicataalcuna attenuante anzi con l’aggravante di avere procurato nocumento all’immaginedel ruolo ricoperto.


IL FERRAGOSTOGIOIOSANO



Il ferragosto Gioiosano, è famoso per i fuochi equella sera anziché andare per le strade di montagna che l’anno precedente, perl’arroganza di alcuni imbecilli stava per trasformarsi in tragedia, con il fratelloPippo e Famiglia, il cognato Aldo e famiglia, assieme alla moglie sono andati aCapo Skino.
Kapo Skino è complesso turistico alberghiero che sorgesull’omonima rocca alle porte di gioiosa Marea, ha un’invidiabile vista sullacittà e sul mare.
L’enorme manufatto di cemento ha appesantito edestabilizzato il costone e le frane si mangiano la strada sottostante, creandodisagi alla viabilità statale.
Le promesse di stabilità si rincorrono senza mairendere giustizia al territorio in un giuoco delle parti che ha scalzato, laragione dalla soluzione.
Le strade secondarie di montagna alle quali ilavoratori e gli studenti che debbono raggiungere Patti o Messina sonocostretti a percorrere, sono estremamente pericolose.
Il Direttore del Complesso turistico, Rosario Salmerinipote di Rasi Mau e che Lanaggioto chiama affettuosamente Maestru per l’ariapulita, seria, educata, li ha autorizzati a vedere i Fuochi dal terrazzo dellocale e seppure il vento di maestrale metteva a soqquadro anche i fiori di luceche s’alzavano a riempire di colori, il cielo buio, è stata una nagnificaserata.
La via del ritorno a San Giorgio, a causadell’interruzione della strada statale per frana, con la percorribilità su unacorsia gestita con semaforo, affollata all’inverosimile, ha creato nell’uscitadel complesso, per accedere alla strada per la montagna, un ingorgomastodontico.
Il cambio di direzione dell’auto di Aldo ci trassefuori e risolse l’intralcio che per ore ci avrebbe obbligati a sostenere con lapazienza di Giobbe.
L’esperienza del Cognato, Maresciallo del CorpoForestale, per l’andare per montagne, ci indusse a seguirlo senza opporre alcuncenno di diniego.
Il territorio nel quale ci introducemmo si presentavacoperto in ogni metro quadrato, di cemento con ville, muri di contenimento,obbligando la strada, in un contorcimento parossistico, sprofondando in unpecorso infernale verso il mare di San Giorgio.
Il territorio era stato sopraffatto eliminando allaradice, ogni albero, vite, vita vegetale ed animale obbligando a seguire unaguida a precipizio.
Lanaggioto, nell’osservare le colline di San Giorgio,appesantite da ville e piscine, spogliate degli alberi e dell’equilibrio delterreno, non si stanca di dire a Giuseppe che è solo questione di pioggia edarriveranno a mare.
Lanaggioto, dunque seppure senza la forza diprofferire parola od un grido, una preghiera in incognito, era sollevato peravere ceduto la conduzione della sua auto alla cognata Carla.
La classe politica ha aggirato il significato di padredi famiglia e le parole non sono altro che acqua marcia.
L’elezionde di Spanò a sindaco di Gioisa Marea, erastata intesa, una ventata di freschezza, di discontinuità con il passatospeculatore, alla prova concreta si è dimostrato pedissequamanete un mendace.

LA RIVENDITA DI GIUSEPPE CICIRELLO
Lanaggioto, una domenica mattina in visita al borgo diSan Giorgio, posteggiato davanti casa e salutata la madre, come è solito fare,si reca alla rivendita di Tabacchi di Giuseppe Cicirello.
La mancanza di Giuseppe al bancone e la presenza di ungiovane sconosciuto, lo sorprese e lo fermò sul piede, non di meno nel pensarepotesse essere un nipote, si avvicinò e chiede dell’amico.
La risposta del giovane, che gli giunse alle orecchieportava nel tono un fastidio scontroso che l’allarmò e lo indispose inducendoloa salutare ed uscire in fretta.
Lanaggioto, si sentì un estraneo nel suo villaggio,l’amico Giuseppe gli faceva da riferimento, incontrarlo era un modo di entrarenel tessuto sociale della comunità, dunque si accese una sigaretta , attraversòla strada ed entrò sotto i pini indeciso cosa fare. Sapeva che Giuseppe avevaintenzione di vendere, a lasciarlo basito è stato il tono del nuovoproprietario.
La conferma della vendita da parte di sua madre,non cambiò la situazione di scoramento e con la sigaretta nelle dita, sisedette sulla sedia di plastica posta accanto all’anra chiuse della portad’ingresso con le spalle alla stazione.
La testa penzolone nelle mani, con la sinistra atenerla in equilibrio distaccando la destra per togliere la sigaretta dallabocca, cercava di colmare il vuoto che gli era si aperto dentro appesantendo lavisita al borgo.
Lanaggioto, chiuso in un’assensa sofferente, ad untratto è scosso e riportato repentinamente nella realtà.
Il bruciore del calore della sigaretta che si eraconsumata, lo costrinse a sbattere violentemente la mano in aria nel tentativodi fare cadere la cicca che si era incollata alle dita, guardandosi intorno consospetto, cercando conforto.
Guardò avanti a sé nell’orto incolto con il cancellodi rete metallica, con l’albero di Stelle di Natale, l’arancio a fronte delmuro della casa diroccata con il fico invadente che prorompeva su di esso, ilmuro di pietre sciolte con il nespolo in esso inglobato e si fermò, oltre lastrada, ad osservare un misero quadrato di terra recintato da un murettodi blocchi di cemento, spogliata dall’albero di fico dai succulenti frutti cheattirava con cupidigia, le mani dei passanti.
Una mastodontica costruzione in cemento armato, elevataa più piani fuori terra, sfida il cielo ed occupa lo spazio ove esistevano lacostruzione di civile abitazione di Nunziatina Fiorello, la bottega diciabattino con un fazzoletto di terra libero a fronte della finestra dallaquale Filippo Natoli consegnava le scarpe riparate.
Lanaggioto, trafelato cerca nell’angolo e scopre lacasa di Maria Natoli incastonata nell’incompiuta e nella costruzione a piùpiani di Sarina Salmeri, adibita a sosta dei vacanzieri.
Lanaggioto, sentì l’arroganza della politica sbatterliin faccia, rompergli il setto nasale e l’arcata zigomatica di sinistra esoverchiato dall’indignazione, gli scappò dai denti che Salvatore Salmeri,l’Assessore Comunale per meriti sportivi, aveva saputo capitalizzare il poterepolitico.
Lanaggioto, a questo punto si sentì obbligato aconstatare fino a che punto fosse arrivato lo sviluppo urbanistico programmatodal gruppo politico nel quale si era introdotto l’Avvocato Salmeri, averificare l’estensione che l’edificio avesse preso sulla via pola e sentirecosa avesse da dirgli, Margherita Ceraolo, la titolare della CartolibreriaSenso Unico alla quale aveva lasciato a vendere, su sua richiesta, i suoi libridi poesie.
La via pola, si era allineata sulla stessa linea dellacostruzione di civile abitazione della famiglia di Peppino Russo passando perla villetta della Professoressa Peppuccia Carbone, al negozio di alimentari diCiccino Natoli odierno Bar Gelateria Al Muretto, piazza Ravel, le case bassedei guardiani di terra della tonnara , alla chiesa per fermarsi alle portedelle case nuove. La strada interna con gli orti ed i pozzi, che divideva lecase dalla via pola, erano stai cancellati e lasciato lo spazio a costruzioninel segno di un assalto al prato.
La Spedilitica,questo connunbio di politica e speculazione, è un’impresa che imbriglia, senzarispetto, ogni spazio libero con il cemento armato e seppure sottoposta asequestri, condanne, non arretra di un passo.
LA LETTERA DEL PROFESSORE GIUSEPPE ALIBRANDI
Lanaggioto, inseguendo i pensieri che gliarrovellavano la mente, ad un tratto sentì il bisogno e l’avrebbe mangiatavolentieri, una granita al limone.
Il Bar Capriccio è uno dei pochi locali che non usa lalimonina, la polverina che sa di sentina introdotta con legge comunitaria e preparala granita con il succo del meraviglioso agrume e la mestria dell’artesiciliana.
L’appendice del locale, sotto i pini, manteneva untavolo con persone anche in piedi ove si svolgeva una partita a carte checomincia con una durata stabilita e si trasforma in una battaglia all’ultimocentesimo.
Lanaggioto, scese dal marciapiede leggermenteingobbito dalle radici del pino cresciuto sotto la sorveglianza di SantaCanfora, oltrepassò il masso d’arenaria che ancorava la tonnara, rimasto peranni sull’angolo della vico Brindisi con il Bar Gelateria Al Muretto e sulquale da ragazzo osservava l’andamento della strada e di piazza Ravel,trasportato colà ed inclinato a sinistra verso il sedile di cemento, lo guardòin tralice seguendo il suo andamento, estrasse dalla tasca della giacca, ilpacchetto di sigarette, trasse una MS e la infiò in bocca e con l’accendino inmano per accendere s’introdusse nel folto degli alberi.
La distanza, gli prsentò a fatica i contendenti eraccolse l’identificazione di Nunzio, Gioacchino, alcuni cassaintegratiassuefatti alla compagnia dei freuiqentatori del Bar Capriccio.
Il dubbio che potesse esserci suo fratello Franco,abitudinario del tavolo, lo indusse a deviare verso la cinta degli olenadri edirigersi verso la spiaggia, accendendosi la sigaretta.
La memoria gli accese la voce di Giulia, la figlia diSalvatore, l’ultimo dei fratelli nella scala dei maschi, che gli aveva riferitodi una richiesta di Marherita Ceraolo titolare della Cartolibreria Senso Unicodi andare a trovarla e vi si diresse pensando ai suoi libri di poesie. La bustagialla che Margherita gli consegnò a nome di Peppe Alibrandi, lo sorprese esenza chiederle dei suoi libri di poesie, attraversò la strada ed entrònell’ombra dei pini aprendola ed estraendo la barca solare del Museo Egizio cheLanaggioto, a primo acchito scambiò per la nave punica del Museo diMarsala ed una lettera che il Professore aveva inviato al Sindaco del Comune diGioiosa Marea nel giorno del F.A.I. e nella quale scriveva: “ I Sangiorgioti edi Gioiosani sostenitori dell’arte, delle tradizioni e dell’ambiente, siaugurano che il Palazzo Cumbo Borgia, sia restaurato e racchiuda il Museo dellaTonnara di San Giorgio.

Il Professore Giuseppe Alibrandi, dunque incita ilSindaco ad attuare il suo programma, se la sua parola d’onore non è acqua chescivola nelle falde arse del territorio e lo invita a che possa inaugurarlo nelgiorno del F.A.I..
L’idea del Megaporto programmato dall’AmministrazioneComunale di Gioiosa Mare, continua il Professore Giuseppe Alibrandi, èl’ennesimo delitto perpetrato ai danni del territorio di San Giorgio e dei suoiabitanti.
I Fondi del porto, sono l’occasione per destinarli alMuseo della Tonnara di San Giorgio, alla sistemazione ed alla cura dellaspiaggia, della condotta fognaria e del depuratotre mai entrato in funzione, diquella Idrica e creare areee attrezzate per accogliere in modo civile ituristi.
L’Avvocato di grido scelto per il porto, esperto diFondi Comunitari PIOS, destinati alle aree museali del mare in Europa, cheimpari a rispettare la cosa pubblica, riscopra la vecchia delibera delCommissario Corvo, sul Museo del mare e curi i rapporti con la soprintendenzache ha vincolato il Palazzo Cumbo Borgia del tardo Ottocento e sventi gliappetiti che ha appercchiato con il piano casa, il Presidente del Consiglio,Cavaliere Berlusconi.
Il Sindaco con i suoi Consulenti e Tecnici, non puòesporre il territorio alla violenza delle mareggiate per fare cassa.
Lanaggioto, solidale, con un moto d’imperio volleaggiungere, che l’uomo non può arrogarsi il diritto di sconvolgere la natura,le correnti che vengono rotte irrompono sulla spiaggia indebolita ed i guai nonfiniscono, dunque riprese la lettera del Professore. Il Megaporto o porticcioloche s’intende costruire, è una sottrazione di territorio che ridisegnerà ilBorgo Marinaro di San Giorgio. Un Museo, con la sua valenza storico-culturale,i servizi delle varie agenzie e società, operanti a vario titolo, amplierebbe equalificherebbe l’offerta turistica e culturale del territorio comunale.
Il territorio non è un bene di consumo, è cosapubblica e va rispettato. Il territorio va sottoposto alla valutazioned’impatto ambientale e calcolo costi-benefici e di una scelta collettiva conmetodo democratico, qualsiasi altro orpello è un accordo speculativo.
Un territorio, ha diritto di essere gratificato erichiede legittimamente che San Giorgio usufruisca della sua storia
La cultura del Borgo Marinaro di San Giorgio hadignità quanto la tradizione dei Gioiosani.
La ricetta del Murga con il Murgo, credo valga quelladella Fritta, l’antico modo di servire il tonno bollito steso sui graticcicondito con aceto e menta. Una primizia che a partire dell’Ottocento, per SanPietro, i Cumbo Borgia, non facevano mancare, ai Gaudenti Romani.
Il Sindaco di Gioiosa Marea, comune con Auditorium,Antiquarium, Museo d’arte Sacra, Borgo Marinaro, della Murga e del Murgo,sostenuto da un combattivo Sito Gioiosano che perora perfino il riutilizzo delBasolato, si rammenti che la cultura è pluralista, multicentrica, dunquediffusa sul territorio, che può provvedere a fare le strade dei Musei cheuniscono i Borghi Marinari di San Giorgio e Gioiosa Marea, le trazzere Regieche uniscono la montagna alla marina.
Un porticciolo che compensi i Gioiosani della spiaggiapersa sotto lo Skino, Cani Cani, non è un metodo di civiltà, è un sistema percontinuare a stuprare il territorio. L’Avvocato Amato, patrocinante ilMegaporto ed il Sindaco di Gioiosa Marea, ricordino che la storia è le fondamentasulle quali camminiamo, che non hanno saputo conservare una sola barca dellatonnara dell’Ottocento ed in questo sono stati meno bravi degli Egizi moderni.
Il Museo della Barca Solare, è costruito nel deserto,nel luogo delle Piramidi di Giza dove è stata ritrovata la barca con la qualegli antichi Egizi immaginavano di raggiungere la loro Casa nel Regnodell’Oltretomba, che noi andiamo a risollevare con la nostra moneta, godendociil loro mare e l’aqcua del Deserto, meno salata di quella di San giorgio.
Il Museo della Tonnara di San Giorgio, ha il sito nePéalazzo Cumbo-Borgia del tardo Ottocento, vincolato dalla soprintendenza aiBeni Culturali ed il Borgo Marinaro, i cittadini di San Giorgio di GioiosaMarea, avremo un Monticchiello in meno. All’Avvocato patrocinante Amato,racconto di quel paesino della Toscana dove son partiti con la grandeLottizzazione lungo il sentiero dei cipressi che sale a Monticchiello che èstata fermata dalla Soprintendeza e ridimensionata dalla Magistratura.
Il Professore Asor Rosa, se ne accorse e cominciò ascrivere su La Repubblicafino a che il Monticchiello si ridusse ad un monticchello.
Lanaggioto, terminata la lettura, ebbe un moto disoddisfazione. L’idea del Museo della Tonnara, con la festa annuale del FAIS, eraentrata nella giusta dimensione.
La notizia odierna, ha scoppiato il sogno. IlTribunale di Patti, ha consegnato il Palazzo della Tonnara, del tardoOttocento, vincolato dalla Soprintendenza per la tutela dei Beni Culturali ePaesaggistici di Messina intervenuta a porre i sigilli a sventramento compiuto,alla Spedilitica, a coloro i quali hanno perpetrato lo scempio. Il Sindaco e la Regione Siciliana,non hanno ottemperato all’obbligo che la legge gli accordava, lasciando che sicompisse il misfatto..
Lanaggioto, ha in mano la misura del degrado delleIstituzioni, dunque sostiene che il principio della legalità, il rispetto delbene pubblico, è stato tradito. I cittadini hanno il dovere di riappropriarsidel diritto scippato da questa politica stracciona, per salvaguardare lademocrazia e la libertà

IL CANTO DELMATTINO
Lanaggioto, dunque prese una sigaretta accompagnadol’azione con una sonora bestemmia e mettendosela in bocca, s’accinse ad andareverso la macchina a conservare la busta gialla del Professore GiuseppeAlibrandi.
Il pollice posato sulla linguetta dell’accendinopronto a premerla per attivare il sistema piezoelettrico e sprigionare lafiammella, azionando si girò verso sinistra lanciando uno sguardo verso lastrada, rimanendo abbagliato da una visione paradisiaca.
Lanaggioto, pensò che la fiammella dell’accensione gliavesse colpito il campo visivo e per la combinazioni di elementinaturali, gli abbia impressionato una visione.
Lanaggioto, aveva messo a fuoco, nella ragazza checamminava sul marciapiede con per mano la figlioletta e si guardava intornoalla ricerca di qualcuno, Agata.
Agata, aveva segnato l’ultimo periodo dei suoi annifrastagliati, aiutandosi a vicenda a rimettersi dal precedente pasticciacciofamiliare.
Lanaggioto, pensò che il suo sogno era venuto acercarlo, e per accertarsene, con titubanza si avvicinò per identificarla. Losguardo li riunì seppure l’acconciatura vqporosa, riccioluta, cercava dinasconderne l’identità.
Un grande abbraccio li riunì riportandoli indietro aquando lui era partito lasciandola.
Lanaggioto si rifugiò nel suo abbraccio morbidocongiungendosi alla parte che gli mancava, chiuse gli occhi e coltivò il sognoche aveva relegato in un rapporto d’amicizia per evitare d’assumersi laresponsabilità di un legame familiare.
L’amore si stava liberando nella semplicità deigiuochi,degli scherzi.
La confidenza apriva le mani e l’intimità divenne unanaturale espressione dei sentimenti.
Le parole confondevano il giorno e la notte navigavaoltre la finestra in silenzio sereno, carico di promesse.
La pizzeria, il pub, sovrastati da un’accozzaglia divoci li occupava a cercarsi ad occhi chiusi con le punte della dita e sisorprendevano a mangiucchiare patatine, arancini e pizzette, ad imboccarsi avicenda.
Il giardino d’inverno, raccoglieva l’ulteriore provad’appello al marito per il bene della bambina.
L’amore si accartocciava sulle ginocchia scambiando lasedia per un trampolino di lancio per saltare sugli scogli che apparecchiavanola spiaggia sottostante.
La sua voce al telefono, era una richiesta d’aiuto edil travaglio riprendeva.
L’ombra scura del marito di ritorno, lo coglievaseduto in cucina ed i frutti di mare andavano a male.